L’analgesia ipnotica

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L’ipnosi sul piano terapeutico ha numerose applicazioni, ma una delle più importanti é sicuramente nel trattamento del dolore.
Al riguardo, numerosi medici e psicologi riportano casi documentati in cui l’ipnosi é stata utilizzata al posto dell’anestesia.

L’ambito del suo uso per scopi analgesici va dalla cura dell’emicrania o di dolori alle articolazioni al trattamento del dolore cronico.
Con l’ipnosi si può anche rendere il parto indolore.
Sempre più spesso inoltre viene usata in odontoiatria (nell’estrazione di denti o , nella incisione di ascessi) e, in alcuni casi, in operazioni chirugiche anche di un certo rilievo (ad esempio, in interventi al cuore o in asportazioni dell’utero).
Per produrre l’analgesia gli ipnotisti utilizzano tre tipi di procedimenti.

Innanzitutto, l’ipnologo può agire per Suggestione Diretta; in questo caso, dice al soggetto che una certa zona del corpo é completamente insensibile; é quello che si fa ad esempio nel caso di dimostrazioni di ipnosi in pubblico.
Uno dei test più eclatanti in quel contesto é quando l’ipnotista passa una sigaretta sul braccio di un soggetto senza che quest’ultimo avverta alcuna sensazione di ustione.
In questo caso, anche qualora non venga data alcuna suggestione, chi è ipnotizzato non avverte dolore; il più delle volte riferisce infatti solo di aver sentito un certo calore nel punto del contatto.

Alle volte, viene usata una forma di Suggestione Implicita: ad esempio, l’operatore suggerisce al soggetto che la sensibilità della mano é quella che si ha dopo aver tolto il ghiaccio dal parabrezza d’inverno.

Un’altra tecnica usata é quella della Distrazione: il soggetto viene “distolto” dal suo male e viene fatto concentrare ad esempio su un’altra parte del corpo.

Di certo, con l’ipnosi si può sedare l’ansia che accompagna il dolore, ma questo di per sé non spiega perché l’individuo possa distogliersi da questa sensazione.
A livello psicologico, si ritiene che il soggetto si “tiri fuori” da questa percezione, potendola così vivere come se non lo riguardasse.

In tempi recenti si é indagato a fondo sul meccanismo neurologico che genera l’analgesia ipnotica; vediamolo assieme.

Innanzitutto, spendiamo due parole per chiarire come percepiamo e reagiamo al dolore.
Se veniamo a contatto con qualcosa che provoca un’ustione, una frattura o un qualsiasi altro evento doloroso, le prime strutture che intervengono sono i recettori.
Ne abbiamo di più superficiali, che si trovano nella pelle, e di più profondi (nei muscoli e negli organi).
Queste cellule trasmettono la sensazione al midollo spinale (il fascio di nervi che si trova nella spina dorsale) e al cervello.
Già a livello del midollo esiste infatti una recezione ed una risposta agli stimoli dolorosi.
Questa struttura quando “avverte” il “male”, scatena delle reazioni automatiche dette riflessi: ad esempio, se mettiamo una mano su una pentola incandescente, ritraiamo istintivamente la mano.
Di comportamenti istintivi come questo é responsabile proprio il sistema spinale.

Dopo questa esposizione sintetica, passiamo ad esaminare quello che accade nel corso di un’analgesia ipnotica.

Al riguardo, ci sono state due correnti di pensiero: una che ritiene che con l’ipnosi si inibisca la percezione del dolore a livello spinale; l’altra che reputa invece che questo avvenga soprattuto nel sistema nervoso centrale.

La prima teoria punta sul fatto che la condizione ipnotica é accompagnata da un rilascio di endorfine (l’omologo endogeno della morfina); alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’insensibilità al dolore dipenderebbe dall’effetto di queste sostanze sui considdetti “centri afferenti del dolore” nel midollo.

Sul piano fisiologico, gli oppioidi (come appunto l’endorfina) agiscono infatti sul midollo spinale e su quello allungato (all’interno della colonna cervicale)
Questa ipotesi sembra però smentita da alcune prove empiriche.
L’analgesia ipnotica viene prodotta rapidamente e scompare, a comando, altrettanto velocemente. Al contrario, l’effetto della morfina, e dei suoi derivati, ha necessità di un certo tempo per fare effetto e per essere smaltito.
Inoltre, la somministrazione di naloxone (un’antagonista delle endorfine – che quindi ne blocca l’azione) non modifica minimanente un’analgesia indotta con l’ipnosi.

Altri studi hanno però messo in luce che in qualche misura l’ipnosi può realmente soffocare la trasmissione del dolore a livello spinale; ma non attraverso il canale degli oppioidi.
Esistono infatti sperimentazioni che hanno evidenziato che alcuni riflessi automatici si realizzano solo in modo attenuato durante l’analgesia ipnotica.

Buona parte delle indagini pare invece puntare il dito sull’implicazione del sistema nervoso centrale (il cervello) nella riduzione o nella scomparsa della sofferenza in seguito all’ipnosi.
In parole povere, i centri cerebrali dove viene avvertita la sofferenza verrebbero come “isolati” dal resto.

Una delle argomentazioni che supporta questa interpretazione é il fatto che i parametri fisiologici del dolore (l’accelerazione del respiro o l’intensificazione del battito cardiaco ad esempio) possono permanere inalterati, quando l’individuo, sotto ipnosi, non avverte il dolore.

Attualmente disponiamo di macchinari che consentono di “filmare” il cervello mentre é in funzione come la PET (Tomografia ad emissione di positroni).

Proprio grazie alla PET é stato possibile dimostrare che, nell’uso dell’ipnosi come analgesia, si assiste effettivamente sia ad una sorta “scollegamento” delle aree cerebrali preposte alla percezione delle sensazioni (aree somatomotorie) sia di quelle più interne (regioni limbiche) rispetto al resto del cervello.