Gli occhi non mentono mai … o quasi

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L'ansia nello sguardo

L’ansia nello sguardo

La menzogna si legge negli occhi[/caption]C’è una credenza comune secondo cui lo sguardo dice tutto di chi abbiamo di fronte; per altro sono in molti a ritenere che basti osservare qualcuno negli occhi per capire se mente.

In effetti, la ricerca scientifica dimostra che non si tratta solo di credenze popolari; il nostro sguardo è la parte più espressiva del volto grazie ad una sofisticatissima ed articolata rete di muscoli.

Uno degli indici più conosciuti della menzogna (ma anche il meno attendibile) è lo sguardo sfuggente.
Quando qualcuno si sente in colpa o teme di venire scoperto spesso trova difficile sostenere lo sguardo dell’interlocutore e punta gli occhi altrove.

Dal momento però che quasi tutti sanno che questo è un segno rivelatore, chi si trova in questa condizione cerca di non evitare di incrociare gli occhi dell’altro; pero, si può tradire con brevi guizzi dell’occhio in un’altra direzione oppure portando lo sguardo su un oggetto che comincia pretestuosamente a manipolare (ad esempio, può riordinare dei fogli, tenendo lo sguardo su di essi o nel momento in cui dice una cosa falsa far cadere lo sguardo su un portapenne e spostarlo di un paio di millimetri).

Una variazione dell’occhio non controllabile che accompagna spesso la menzogna è l’aumento della dimensione delle pupille.
In un esperimento, Lobow e Fein hanno osservato in effetti che chi è colpevole di un crimine prova uno stato di nervosismo e di agitazione che induce nell’organismo una reazione di allarme: uno dei segni di questo stato è proprio la dilatazione delle pupille; specie a domande dirette sul fatto.
Purtroppo, questo indice è tanto attendibile, quando difficile da cogliere: se non si è abbastanza vicini all’altro e se questo non ha gli occhi chiari diventa pressoché impercettibile.

Il ricercatore giapponese Kyosue Fukuda ha individuato un altro segnale di menzogna degli occhi altrettanto affidabile e sicuramente più evidente; si tratta dell’aumento dell’ammiccamento delle palpebre.

Per accertare l’importanza di questo indizio, Fukuda ha reclutato un gruppo di 10 donne.
A ogni partecipante venivano mostrato sullo schermo di un computer un gruppo di cinque carte da gioco; una alla volta.
Dopo di che, il volontario veniva invitato a sceglierne una e a scrivere quale su un foglio che andava consegnato allo sperimentatore.

In una fase successiva, al soggetto veniva chiesto di guardare ancora lo schermo dove venivano visualizzate alcune carte, fra cui quella che aveva scelto.
Ogni carta appariva sul monitor per un secondo; immediatamente dopo lo sperimentatore domandava: “è questa la carta che hai scelto?”.
In precedenza, i partecipanti erano stati istruiti a rispondere sempre e comunque di “no” e a premere un tasto ogni volta che una carta compariva sullo schermo.

Mentre, il soggetto vedeva scorrere le carte, una videocamera filmava ciò che accadeva ai suoi occhi; successivamente, era stata calcolata la frequenza dell’ammiccamento.
Inoltre, veniva misurato il tempo che intercorreva tra la domanda e la pressione del tasto.

Al momento dell’analisi dei risultati, lo studioso aveva distinto tre misure: la frequenza del battito delle ciglia in rapporto alle carte mostrate prima di quella prescelta; l’intensità dell’ammiccamento al momento della presentazione della carta selezionata; e, infine, il numero di ammiccamenti al secondo per le carte che seguivano la visione di quella scelta.

Per prima cosa, si è osservato che quando veniva presentata la carta selezionata, il fatto di mentire provocava un momento di esitazione; questo lo si era rilevato dal fatto che, in quel caso, ci metteva un tempo superiore alla media nel premere il tasto.

La scoperta più importante, però, è stata fatta analizzando la reazione al momento della comparsa della carta scelta e della domanda che seguiva: in un primo istante (entro i 4 secondi) il suo battito ciglia era più lento rispetto alle carte “neutre”, ma quando doveva rispondere, aumentava quasi del doppio.

Per approfondire

Questa osservazione ha dato modo di capire che messi di fronte a prove o evidenze che intendiamo disconfermare, in un primo tempo le riconosciamo e lo riveliamo battendo le ciglia più lentamente.

In un momento successivo, invece, quando effettivamente neghiamo o diciamo il falso, la tensione che sviluppiamo si riflette in un’accelerazione dell’ammiccamento palpebrale.

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