L’abito fa la differenza

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L'abito influenza la percezione di sé

Chic, casual, classico? C’è chi ha un abito per ogni occasione; eppure, a volte non sappiamo proprio deciderci su come vestire.

Per qualcuno diventa una vera e propria ossessione; specie se l’occasione é importante come un colloquio di lavoro o il primo appuntamento con una persona da cui siamo attratti.

Non si tratta però solo di un vezzo o di un segno di insicurezza: vestire in un modo che ci faccia sentire a nostro agio o in maniera adeguata alla circostanza può incidere molto sul modo di apparire, ma perfino sul modo di essere.

In un recente studio di Sharron Lennon 59 volontari dovevano valutare le diapositive di sei differenti modelle vestite in abito formale da lavoro: tre erano abbigliate in modo elegante e altre tre in modo trascurato.
I partecipanti dovevano giudicare le donne fotograte sotto tre profili: la competenza, la capacità di adattamento sul lavoro e la socievolezza.

Com’é immaginabile, le donne vestite in modo ricercato erano state giudicate più positivamente su tutti e tre gli aspetti.

Decisamente meno scontati sono invece gli esiti di una ricerche di Adam Galinsky, docente alla Kellogg School of Management della Northwestern University e il suo collega Hajo Adam.

Questi studiosi hanno voluto verificare, se oltre che su gli altri, l’abbigliamento influenzasse anche la percezione di se stessi.
Per accertarlo hanno condotto tre serie di esperimenti.

Nel primo, per prima cosa 58 studenti erano stati dati, a caso, degli abiti che avrebbero dovuto indossare prima di svolgere una prova: si trattava di un camice da laboratorio o di una tuta da lavoro.
Bardati in questo modo é stato chiesto loro di fare un test sull’attenzione: in pratica dovevano dire quando la parola “rosso” appariva in uno schermo verde.
Ne é emerso che chi vestiva il camice aveva fatto la metà degli errori nel test rispetto a chi aveva indosso la tuta.

Nel secondo studio, 75 studenti erano stati vestiti con uno stesso camice: solo che ad alcuni era stato detto che si trattava del camice di un medico; ad altri che era l’abito da lavoro di un artigiano. Ad un gruppo di controllo veniva solo mostrato un camice da dottore.
Anche questi ultimi, una volta mascherati. dovevano affrontare un test sull’attenzione: il loro compito era confrontare due figure uguali se non per qualche dettaglio e annotare quali differenze avessero colto.
Il risultato ha dato prova che chi si era vestito con il presunto camice da medico aveva colto molte più differenze rispetto a chi credeva di indossare la tuta di un pittore.

Nella terza prova, gli studenti vestivano da dottore o da pittore o erano invitati a guardare un camice da laboratorio su un monitor.
Tutti e tre poi facevano l’ennesimo test sulle capacità di attenzione.
Anche in questo caso, chi vestiva da dottore forniva le prestazioni più eccellenti.

E poi non si dica che l’abito non fa il monaco…specie per se stessi!

Per approfondire l’argomento:

Marco Pacori: I Segreti del Linguaggio del Corpo
ed. Sperling&Kupfer,
ottobre 2010