Venderesti mai “Herbie”?

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Tendiamo ad umanizzare le cose inanimate

Da bambini tendiamo facilmente a “dotare” di un’anima gli oggetti con cui abbiamo a che fare, dalla coperta, all’orsetto, ecc.: ci consente di superare la paura di ciò che é estraneo e ci fa sentire al sicuro.

Tuttavia, é un abitudine che non perdiamo del tutto crescendo: si pensi all’idea di un computer parlante sullo stile di “Hal 2000” di “Odissea nello Spazio di Kubric” o alla tendenza che abbiamo ad addobbare la macchina con adesivi, peluches o ninnoli vari.

In generale, tendiamo a dare connotazioni umane a tutto ciò che in qualche misura ha qualche aspetto umanoide, come fari dalla forma a mandorla, estremità o forme sinuose; questa inclinazione é tanto più forte quanto più abbiamo bisogno di contatto umano o patiamo la solitudine.
Il successo di film come “Herbie, un maggiolino tutto matto” o cartoni animati come “Cars” fa leva proprio sull’aspetto antromorfico e sui modi di fare tipicamente umani di oggetti inanimati.

La ricerca al riguardo ha dimostrato che il modo di pensare ad un oggetto come un utensile o un oggetto antroformizzato ci porta a interagire con esso in modo diverso a livello di percezione, comportamento e perfino a livello neurologico.

Quello che cambia maggiormente é il rapporto emotivo con un oggetto: possiamo provare perfino amore o fiducia nei confronti di qualcosa cui attribuiamo un’anima; usiamo per essi etichette che daremmo ad una persona.

Con il passare del tempo, poi, tendiamo a legarci sempre di più alle cose che usiamo, al punto di provare dei sentimenti e un attaccamento analogo a quello che viviamo con le persone; sfruttando questa reazione alcune aziende hanno provato che facendo leva sul senso di lealtà dei consumatori si possono ridurre i costi: ad esempio, Zipcar ha deciso di dare uno nome ai veicoli a noleggio, scoprendo che questo induceva i cliente ad mostrarsi più diligenti nelle pulizia dei mezzi e più attenti a non procurare danni.

Gli psicologi Roberta Simmons, Susan Klein Marine e Richard Simmons hanno dato prova che il legame che si crea con un oggetto viene mantenuto anche questo richiede notevoli spese o comporta esborsi elevati per le inevitabili riparazioni.

Per verificare se questo atteggiamento possa influenzare anche l’inclinazione ai consumi, e nello specifico, l’intenzione di cambiare oggetti d’uso come la macchina, Jesse Chandler e Norbert Schwarz dell’Università del Michigan hanno condotto una serie di esperimenti.

Per farlo hanno chiesto a 92 partecipanti di dare degli attributi alla propria automobile: nel primo caso, ad un gruppo é stato chiesto di valutare il mezzo in termini antroformici; in pratica, dovevano decidere quale aggettivo descrivesse meglio la propria macchina: nel primo caso, la suggestione che l’auto possedesse un carattere veniva espressa in modo evidente; gli attributi erano infatti: “riservata, entusiasta, litigiosa, simpatica, dipendente, irresponsabile, aperta, razionale, ansiosa o calma“.

Al secondo gruppo invece veniva domandato di selezionare delle caratteristiche inanimate come “silenziosa, rumorosa, reattiva, liscia, versatile, ecc.”.
Un terzo gruppo invece non veniva condizionato in alcun modo.

Alla fine di questa prima fase, a tutti é stato chiesto se qualora fossero stati nella possibilità di cambiare l’auto, se l’avessero davvero fatto: ne é emerso che, a differenza degli altri, chi era stato indotto ad attribuire una personalità al proprio mezzo di trasporto era molto più restio a disfarsene.

Il secondo studio era più sottile; partendo dal presupposto che se ad un oggetto viene assegnata una qualità associata ad una caratteristica sociale, tenderemo a percepirlo in modo più umano: in questo caso, veniva manipolata la dimensione “caldo” o “freddo” in relazione al colore della macchina; per farlo i due ricercatori hanno chiesto ai volontari di identificare il colore che maggiormente si avvicinava a quello della carrozzeria della propria macchina a in una mazzetta di nove colori.

I 5 colori più comuni delle carrozzerie venivano descritti in modo caldo (blu mare) o freddo (blu tempesta).

Tutti i partecipanti vedevano un misto di nomi di colori caldi e freddi e avevano il compito di ricordare il nome del colore della loro macchina all’interno di un esercizio di memorizzazione.
Il fatto che tutti venissero esposti ad un insieme di nomi di colori caldi e freddi per evitare che le implicazioni dell’attribuzioni potesse influenzarli: l’unico aspetto che poteva incidere rimaneva allora il fatto che il colore della propria macchina fosse associato ad un colore caldo o freddo.

Successivamente, come era avvenuto nel primo esperimento, veniva chiesto loro (erano studenti del college) se avevano l’idea di cambiare macchina finiti gli studi o meno.

Per approfondire

Anche qui, chi percepiva qualche qualità umana nella propria macchina si mostrava più affezionato al veicolo.

In definitiva, i ricercatori sono giunti a queste conclusioni: umanizzare le proprie cose può portare a dei vantaggi come averne più cura e attenzione.
Ma può anche produrre un meccanismo per cui l’attaccamento porta a spendere soldi e tempo a mantenere qualcosa che ha fatto il suo tempo!