Timidi si nasce…ma si guarisce

Categories: Articoli, Articoli Marco Pacori, In evidenza

Quasi una persona su due soffre di timidezza

La bocca è asciutta, le parole escono confuse, pasticciate, il cuore rimbomba nelle orecchie e una vampata di calore sale d’improvviso al volto.

E’ più o meno questo quello che la maggioranza di noi ha provato una volta o l’altra nella vita nel momento in cui ha avuto a che fare con un’autorità, un gruppo o un rappresentante del sesso opposto: si chiama timidezza. 


Per emergere questo lato del nostro carattere ha bisogno di una condizione imprescindibile: l’interazione con altre persone o, a volte, semplicemente la loro presenza. In quell’occasione, cominciamo a preoccuparci dell’impressione che l’altro ha di noi, temiamo di essere criticati, di apparire ridicoli, incompetenti, impacciati e questo influenza la percezione del nostro comportamento e della nostra persona: la giacca o il tailleur che di norma troviamo ci stia bene appare troppo stretto, ingombrante o inadatto alla circostanza; le parole che diciamo ci suonano stupide, scontate e male assortite; i nostri e i movimenti risultano goffi e maldestri.


Le situazioni che ci provocano questo stato sono le più diverse.



Le situazioni più comuni

La paura sociale che pressoché tutti conoscono è parlare in pubblico; essere invitati a fare un discorso per un brindisi, una relazione in una riunione scolastica dei genitori o all’assemblea di condominio ci mette quasi sempre un senso di disagio e di oppressione addosso. 
Spesso però le situazioni che “innescano” la nostra timidezza sono piuttosto ordinarie; come lasciare un messaggio alla segreteria telefonica, tornare in un negozio per un reclamo e persino chiedere un’indicazione ad uno sconosciuto.

Non stiamo parlando dell’esperienza di pochi, ma di una condizione che riguarda la maggior parte di noi.


E’ peggio di una pestilenza

.
Quasi nessuno è riuscito a svicolare dall’imbarazzante sensazione del timore sociale; i sondaggi al riguardo parlano chiaro: circa metà della popolazione è affetta da timidezza cronica; quasi tutta l’altra metà è stata timida in passato, lo è solo in determinate occasioni o con particolari persone e solo un 5% dichiara di non aver mai conosciuto questa sgradevole esperienza. 


Per una persona su dieci però si tratta di qualcosa di più di uno sgradevole inconveniente: è un problema grave, invalidante, che porta all’isolamento, alla solitudine e talvolta a disturbi pesanti come la depressione, gli attacchi d’ansia, l’alcolismo o la tossicodipendenza.

Chi vive il problema con questa intensità, in genere se lo porta dietro dall’infanzia … se non addirittura dal concepimento!



Il problema viene da lontano



Recenti ricerche hanno dimostrato che una forte inibizione sociale ha il più delle volte origine biologica o genetica.

L’ambiente naturalmente gioca il suo ruolo: “ingredienti” come un contesto di vita con pochi stimoli, il rifiuto della madre, l’assenza del padre, vivere in un costante stato di apprensione e di terrore e altri fattori sono contribuiscono in modo determinante per dare man forte ad una predisposizione innata alla fobia sociale e possono essere anche le cause più importanti. 
Come si è detto però timidi si nasce; l’ambiente è il jolly che poi decide se si tratta di un aspetto che ci accompagnerà tutta la vita o che segnerà solo le nostre esperienze precoci.

I Segni Premonitori

I fattori prenatali o comunque presenti nei primi anni di vita costituiscono la causa principale del futuro sviluppo della timidezza.

Ne possiamo distinguere tre categorie principali:

* Cerebrali
* Ormonali
* Comportamentali

Prendiamo ora ad esaminarle separatamente, cominciando con le cause dovute ad un malfunzionamento del sistema nervoso centrale.

Quando il problema dipende dal cervello

I bambini timidi hanno, innanzitutto, una maggiore attività cerebrale nel lato destro del lobo frontale* (una parte del cervello coinvolta nelle risposte emotive) mentre quelli normalmente reattivi, nella parte sinistra. Queste sembrerebbe dovuto al fatto che il lobo destro è maggiormente coinvolto nel controllo dell’ansia.

Una vulnerabilità del sistema nervoso allo stress sarebbe alla base di un altro segno premonitore dello sviluppo di timidezza: una frequenza eccessiva del battito cardiaco rilevabile addirittura quando il nascituro è ancora nell’utero.

Un altro indice insospettabile è la temperatura della mani: in particolare, sembra che i bambini più timidi abbiano l’estremità superiore destra e soprattutto il dito anulare più freddo che nel lato sinistro. Anche in questo caso si sospetta che il fenomeno sia il riflesso di un deficit nel funzionamento cerebrale.
Anche le sostanze che regolano gli scambi chimici del cervello sono imputate come responsabili della predisposizione all’inibizione.

Neurotrasmettitori e Ormoni

In questo ambito, la scoperta più sorprendente è venuta da un gruppo di ricercatori canadesi: chi è timido ha di frequente gli occhi azzurri; questo vale almeno fino ai quatto anni di vita, quando l’ambiente rimette tutti sullo stesso piano.
Questa curiosa relazione tra colore degli occhi e inibizione sociale è dovuta alla quantità del pigmento detto eumelanina che contengono; meno ce n’è e più gli occhi sono chiari.
Questa sostanza è presente in uguale misura nel cervello dove, a seconda della sua concentrazione, accelera o rende lenti gli scambi nervosi: quando il pigmento (che nel cervello prende il nome di neuromelanina) è scarso, non intacca le funzioni intellettive, ma rende la persona più lenta, riflessiva e schiva.
Altre due neuro-ormoni, cioè ormoni che funzionano anche da messaggeri chimici tra i neuroni, le cellule cerebrali, appaiono coinvolti nello sviluppo della paura sociale.

Il primo è la melatonina. Proprio quella stessa che, prodotta artificialmente, favorisce il sonno. La melatonina è connessa con una riduzione dell’attività ed ha un ciclo che è giornaliero, cioè aumenta la sera e si riduce al mattino e stagionale, la sua secrezione aumenta con l’autunno: alla sua proprietà di inibire l’attività nel periodo di più alta concentrazione nel sangue è addebitato il motivo per cui molte persone intensamente timide sono nate nei mesi di settembre e ottobre.

L’antagonista della melatonina, il cortisolo, legato alla vigilanza, ma anche allo stress è anch’esso legato alla predisposizione alla timidezza: valori eccessivamente alti di questo ormone, dovuti ad una condizione di disagio emotivo, agiscono di riflesso sull’amigdala, la regione del cervello responsabile della reazione di paura, rendendo il bambino più impressionabile e timoroso.

Infine sembra coinvolta la serotina, un mediatore cerebrale che ha tra i suoi compiti quello di tenere a freno la produzione di norepinefrina (il mediatore chimico- cerebrale di vigilanza e paura) la miccia che innesca la reazione di paura.
I segni dello sviluppo di timidezza possono essere anche esteriori.

I segni comportamentali

Si è rilevato ad esempio che i bambini che hanno un ritardo nello sviluppo del linguaggio sono più esposti al rischio di diventare inibiti. Lo stesso possiamo dire di quei neonati che tendono a manifestare più emozioni negative che positive.
Quando la timidezza si assesta nell’adulto, prende connotazioni precise.

La personalità del timido

La timidezza nell’uomo fatto si manifesta con un grande timore della disapprovazione, del giudizio e dell’accettazione degli altri, accompagnato a senso di inferiorità e di inadeguatezza, disistima e ad ansia eccessiva.
Per questi motivi, il timido tende a isolarsi, evitare gli incontri sociali, l’intimità, il pubblico e il confronto con gli altri. Un tale orientamento lo porta spesso a vivere in solitudine, a non imparare mai le abilità sociali e a non farsi strada nella vita. Inoltre, può facilmente incorrere nei problemi più gravi di cui abbiamo parlato.
Nella persona adulta o adolescente, l’inibizione sociale prende “strade diverse” a seconda del sesso di appartenenza”.

La timidezza è “sessista”

Uomini e donne sono timidi in modo diverso. Innanzitutto, il sesso maschile è colpito più del doppio da questo problema rispetto a quello femminile; per contro, le donne hanno in media paure sociali più severe.
I maggiori timori sociali delle donne sono nell’ordine:

– trovare imbarazzante parlare con un’autorità;
– fare azioni o parlare di fronte ad un uditorio;
– essere osservate mentre lavorano;
– entrare in una stanza in cui altri sono già seduti;
– essere al centro dell’attenzione;
– esprimere disappunto o disapprovazione a qualcuno con cui non hanno
confidenza
– infine, dare una festa.

Per gli uomini le principali preoccupazioni sono invece:

– affrontare situazioni nuove e imprevisti;
– andare al bagno nei luoghi pubblici;
– fare nuove amicizie e attaccare bottone o chiedere informazioni ad estranei
– rivestire ruoli per loro insoliti, come presiedere un seggio per uno scrutinio
elettorale, mascherarsi per carnevale, fare parte di una giuria, ecc.

Le differenze si rilevano anche in riferimento al modo di vivere il rapporto di coppia. Sia i maschi che le femmine sono piuttosto pessimisti e rinunciatari nella ricerca e nel mantenimento di una relazione; tuttavia, mentre i maschi, sono più fatalisti e quando vedono che le cose non vanno, tendono a lasciar perdere; le donne sono più combattive e si danno da fare per conservare il legame. In generale, comunque tra le persone timide c’è una percentuale di divorzi e separazioni superiore alla media.
Chi è inibito mostra un comportamento non verbale caratteristico.

Il linguaggio del corpo del timido

Chi prova un intenso imbarazzo sociale ha un comportamento non verbale che lo porta ad essere meno visibile possibile:

Per approfondire

parla a voce bassa e poco, evita lo sguardo diretto, si mette negli angoli o nei posti bui ad una festa o in una tavolata.
In genere, si muove molto poco, sperando che questo lo porti a mimetizzarsi con l’ambiente e gesticola in modo moderato e pacato. In compenso, tende in situazioni sociali a dare vistosi segni di tensione: arrossisce facilmente, si pizzica la pelle del volto, si stropiccia le dita e attorciglia gambe e caviglie in posture da contorsionista.