La capacità di leggere il pensiero é innata

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Il pensiero si legge dal linguaggio del corpo

Il pensiero si legge dal linguaggio del corpo

Quando Erik Jan Hanussen, antesignano dei mentalismo moderno, pubblicò agli inizi del secolo scorso “Manuale di Lettura del Pensiero” non immaginava certo che la sua tecnica, descritta in dettaglio nel libro, sarebbe stata la base degli attuali “trucchi” per intuire il pensiero altrui dai sottili movimenti del suo corpo.

Hanussen nei suoi spettacoli invitava uno spettatore ad uscire e a pensare intensamente ad un oggetto nella sala o ad una persona; dopo di chè, metteva l’avambraccio del “malcapitato” in catalessi (una condizione in cui si sviluppa una contrattura involontaria di un arto, che, a sua volta, provoca una serie di scatti involontari). Quindi, tenendogli il polso, faceva attenzione ai movimenti spontanei che si dirigevano inevitabilmente in direzione dell’oggetto oppure faceva delle domande via via più mirate cui il soggetto rispondeva senza saperlo con dei tremolii della mano: dal rapporto fra domande e reazioni muscolari ricostruiva quindi il quadro delle riflessioni e delle immagini della persona che aveva coinvolto.

Se gli odierni mentalisti come Derren Brown o il nostrano Francesco Tesei sono maestri nella lettura del pensiero e l’hanno perfezionata e allenata al punto da renderla un “mestiere”, questa capacità sembra svilupparsi in tempi molto precoci, se non addirituttura essere innata. Lo dimostra una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the Royal Society che ha coinvlto bambini di tutto il mondo, dalla Cina rurale alle più remote isole dell’arcipelago delle Fjii.

In uno test classico sulla capacità degli infanti di calarsi nei panni altrui e quindi comprenderne il pensiero, una persona entra in una stanza e ripone un oggetto (ad esempio un paio di forbici) in un nascondiglio. Un secondo individuo arriva più tardi e sottrae le forbici, infilandosele in tasca. Il tutto avviene sotto gli occhi di um bambino. Quando la prima persona ritorna, lo sperimentatore chiede al piccolo: “Dove pensi che questi andrà a cercare le forbici?”

La risposta é tutt’altro che scontata perché il bambino per rispondere correttamente deve possedere una “teoria della mente”, cioé la la capacità di assumere la prospettiva di altre persone; nel caso specifico, deve “entrare” nella testa del primo personaggio che non avendo visto l’altro intascare l’attrezzo, andrà a cercarle dove le ha messe.

Se il bambino si trova in un’età tra i 4 e i 7 anni, sosterrà che la persona in questione andrà a guardare per prima cosa nel nascondiglio; mentre bambini più piccoli tendono a dire che si trova nelle tasche della seconda persona: questo perché hanno una prospettiva egocentrica e non riescono ad immedesimarsi nei panni degli altri. O, almeno, questo é quello che si credeva fino a che, invece della risposta verbale, non si é pensato di porre attenzione ai movimenti dello sguardo del pargolo.

Per dare prova di queste deduzioni, un gruppo di ricercatori, capitanati dall’antropologo Clark Barrett hanno esaminato 91 bambini di età compresa tra 19 mesi a circa 5 anni e di diversa entnia e cultura: cinesi, abitanti delle Fiji e dell’Ecuador.

Il team di studiosi ha quindi ripreso lo stesso test illustrato in precedenza con una variante: il vilain, mentre trafugava le forbici, faceva una pausa e commentava “Hmm, mi chiedo dove andranno a cercare le forbici“. Mentre, le scene si susseguivano, i bambini erano videoregistrati dando modo ai ricercatori di esaminare il loro comportamento; questa nuova procedura ha dato un esito soprendente: anche i bambini più piccoli guardavano a lungo il ripostiglio, mostrando così di aver intuito il ragionamento del primo uomo.

Questa abilità sembra però ancora più precoce: é quanto é emerso da uno studio di Ágnes Kovács, Erno Téglás e Ansgar Endress, psicologi dell’età evolutiva.

Per verificare l’ipotesi che anche i bambini molto piccoli sappiano “leggere il pensiero”, gli studiosi magiari hanno coinvolto 56 pargoli di sette mesi e hanno fatto vedere loro un un cartone animato in cui un puffo osservava una palla rotolare dietro uno schermo posto su un tavolo: la palla, in alcuni casi, si fermava dietro ila barriera e rimaneva nascosta alla vista, oppure continuava a rotolare lungo il tavolo fino a diventare nuovamente visibile.

In alcuni sketch il puffo osservava tutto il movimento della palla; in altri se ne andava quando finiva diero lo schermo (senza quindi sapere che poteva proseguire nel suo rotolamento). Nelle scenette finali, lo schermo veniva fatto cadere e dietro la palla poteva esserci o no.

Analizzando il corportamento visivo dei bambini, l’equipe di studiosi ha scoperto la loro reazione alla presenza o meno della palla dipendeva dal fatto che la scena fosse stata vista anche dal puffo (cioè che lui fosse presente nel filmato).

Per approfondire

Se quest’ultimo aveva osservato tutta la sequenza, quando la barriera veniva tolta e la palla non c’era andava via; mentre restava più a lungo se l’ultima cosa che aveva visto era che la palla era finita dietro lo schermo (lasciando intuire una reazione di sorpresa). Coerentemente, i bebé distoglievano velocemente lo sguardo se il puffo usciva di scena e restavano a fissare se questo continuava a guardare il posto in cui si sarebbe aspettato di vedere la palla (appunto dietro lo schermo abbassato).

Questo esperimento dimostra che la capacità di comprendere i processi mentali dei propri simili ha radici molto lontane e, forse, é addirituttura determinata geneticamente.