Morire di paura

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Si può morire dalla paura

Si può morire dalla paura

Nel 1942, al culmine della sua carriera come
docente di fisiologia presso la Harvard Medical School, Walter Cannon ha pubblicato un articolo che ha fatto scalpore, “Morte Vodoo”, nel quale ha raccolto una serie di aneddoti tratti in buona parte dalla letteratura artropologica, sulla morte per paura; fornendone poi una spiegazione scientifica che apriva nuove prospettive sui rapporti mente-corpo.

I casi documentati, avvenuti in luoghi molto lontani fra di loro, possedevano numerose caratteristiche in comune: ad esempio, la cieca convinzione che una forza esterna, uno stregone o uno sciamano, potesse, con la sola volontà, provocare la morte di qualcuno; inoltre, le vittime condividevano la credenza che niente fosse in grado di modificare il corso di questa “maledizione”.

Un esempio é quello di una donna Maori che aveva mangiato della frutta, venendo poi a conoscenza che proveniva da un luogo tabù: la donna é morta dopo un giorno dall’ultimo pasto. Un caso analogo riguardava un giovane africano che aveva mangiato della carne di gallina; per poi venire a sapere che era proibito, pena la morte. Sopraffatto dal panico e da un senso di impotenza il giorno successivo era stato trovato senza vita.

Sulla base di questi resoconti, lo studioso postulò che la morte fosse causata da una senzazione di intensa paura che, a livello neurofisiologico, avrebbe innescato un duraturo e acuto stato di attivazione del sistema simpatico-surrenale (l’asse coordinato di strutture neurologiche e ghiandolari che si azionano in situazioni di pericolo o di stress per mettere l’organismo in condizione di far fronte all’emergenza).

Cannon riteneva che questo fenomeno fosse circoscritto alle popolazioni primitive, giudicate da lui superstiziose, ignoranti e credulone; tuttavia, da quel momento, si sono accumulate prove che la morte “vodoo” é ben lungi dal limitarsi alle culture non civilizzate: episodi analoghi, infatti, sono stati rilevati nella società moderna e hanno dato modo di dare un senso a casi di morte improvvisa, senza una spiegazione apparente; oltre ad aprire uno scorcio sulla dimensione delle cosidette malattie neuro-viscerali (note anche come psicosomatiche).

Prendiamo, ad esempio, un caso riportato su una rivista scientifica dall’internista Clifton Meador. Il chirurgo aveva asportato un tumore all’esofago al proprio paziente; l’operazione era andata bene, ma un’ecografia aveva evidenziato una metastasi al fegato. Alla ripresa dall’operazione, il paziente, Sam Shoeman, era stato informato della sua condizione. I medici, sospettando un cancro terminale, avevano ritenuto oppurtuno informarlo che gli restavano solo pochi mesi di vita. A quella notizia, l’unico pensiero dell’uomo fu la speranza di sopravvivere fino a Natale, così da poterlo passare in famiglia.

Da quel momento era stato sottoposto comunque a delle cure che avevano dato un buon esito ed era stato dimesso dall’ospedale alla fine di ottobre. Subito dopo capodanno venne nuovamente ricoverato, morendo da lì a 24 ore.

L’aspetto sconcertante di questo caso é che Shoeman non aveva in realtà un cancro all’ultimo stadio: l’ecografia, infatti, era stata interpretata male; la sua patologia consisteva, infatti, in un nodulo circoscritto di 2 cm! In sostanza, l’uomo morì esclusivamente perché era convinto di stare per morire, e così le persone che lo circondavano. Inoltre, aveva una scadenza (il Natale): tolta la motivazione e la forza data dal desiderio di festeggiare la ricorrenza assieme ai congiunti, esalò l’ultimo respiro.

Casi analoghi sono stati riferiti dallo psichiatra Leon Saul, come quello di un uomo che aveva perso il lavoro e la moglie; oltre aver giocato i soldi che gli restavano ed essere stato minacciato di morte: fu colto da un infarto letale dopo che anche sua madre si rifiutò di prestargli i soldi che doveva ai biscazzieri.

Situazioni così estreme presuppongono non solo un devastante shock emotivo, ma anche la convinzione di essere spacciati e, nel caso di Shoeman, un senso di rassegnazione; tuttavia, anche irruente e intense emozioni negative possono “sferrare un duro colpo” al cuore.

Si tratta della  Sindrome di Tako-Tsubo (dalla forma – simile a quella di un polipo preso in trappola – che assume il ventricolo sinistro del cuore sottoposto ad un’intenso spasmo di orgine emotiva): un fenomeno ampiamente studiato dal cardiologo americano Ayman Iskander.

Nella sua carriera, Iskander ha esaminato oltre 50 casi di persone affette da questo “collasso”: ciò che accade é che il cuore viene come “stordito” da un’improvvisa valanga di ormoni dello stress dovuto a emozioni forti, incontrollabili e dall’esordio improvviso, che di solito includono rabbia, risentimento e disperazione.

I sintomi assomigliano a quelli di un infarto: dolore al petto, fatica a respirare  e sensazione di perdere i sensi.

Di positivo, c’é che in questo caso, raramente questa reazione é fatale: se la persona viene calmata e trattata per qualche giorno con aspirina, il problema si risolve senza alcun tipo di strascico.

Giunto a questo punto, il lettore, se non é morto, per lo meno se l’é fatta addosso dalla paura; niente panico! Quanto é stato illustrato nell’articolo é una realtà scientifica compravata, che dimostra il potere e la complessità dei rapporti mente-corpo…tutto qua!

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Sia la “Morte Vodoo” sia Sindrome di Tako-Tsubo, infatti, sono eventi decisamente rari; inoltre, perché si realizzi la prima non basta un “inondazione” di ormoni surrenali, ma é essenziale avere una credenza inoppugnabile nella inevitabilità del destino.

Oltretutto, va puntualizzato che il disturbo emotivo che più comunemente viene vissuto come un’infarto, l’attacco di panico, non provoca disturbi al cuore…per cui, chi ne soffre, per così dire, si metta il cuore in pace: non é quello il suo destino.