Intelligenza corporea: l’attività fisica é un antidepressivo, ma senza eccedere

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Quando il cervello dice "Stop"

Quando il cervello dice “Stop”

Fare del movimento, meglio se all’aria aperta e se aerobico (jogging, bici, tennis, ecc.) é una panacea per il nostro organismo: aiuta a mantenerci giovani, in forma e in salute.

I suoi effetti, tuttavia, non si limitano alla sfera fisica. Ormai si moltiplicano le ricerche che dimostrano come l’attività fisica sia un ottimo antidoto alla depressione, migliori la qualità del sonno e provochi un sollievo da ansia e stress.

Questo tonico emotivo é legato al fatto che praticare sport con regolarità e moderazione porta ad un aumento della produzione di serotonina; la stessa sostanza che é maggiormente disponibile nel cervello in conseguenza dell’uso di antidepressivi.

Approssimativamente, il 75% di questo neurotrasmettitore é presente nelle “viscere”, dove regola la peristalsi intestinale. La parte restante si trova nel cervello, dove una buona concentrazione di questa sostanza coincide con un morale alto; per contro, una sua carenza é legata alla depressione.

Sebbene siano molteplici i neurotrasmettitori che agiscono in sinergia per regolare l’umore, la serotonina è quello che, al riguardo, la “fa da padrone”. La sua produzione é influenzata da fattori esterni, come la luce solare, la dieta e, soprattutto, l’attività motoria.

Uno studio pubblicato sulla rivista Neuropsychopharmacology ha messo in luce che esistono due processi attraverso cui la pratica dello sport determina una maggiore quantità della serotonina cerebrale. Innanzitutto, l’attività motoria aumenta la velocità e la frequenza con cui questo ormone viene rilasciato nel cervello; inoltre, l’esercizio fisico regolare accresce la secrezione di triptofano (un amminoacido precursore chimico della serotonina).

Se l’effetto é questo perchè, allora, non correre, marciare o nuotare fino a sfiancarsi? L’effetto ad un certo punto si esaurisce per un processo di autoregolazione e quello che si ottiene, se va bene, é un indolenzimento muscolare.

Il meccanismo, infatti, é a doppio senso perché a, sua volta, una più elevata quantità di serotonina migliora l’efficienza muscolare; se i livelli di questo neurotrasmettitore, però, superano una certa soglia, il suo effetto é inibitorio é può indurre un senso di affaticamento e rendere più scadente la prestazione atletica.

La scoperta é merito di un’equipe mista di ricercatori delle università di Copenhagen e di Oxford, capitanata dai medici Florence Cotel e Richard Exleyb.

Da tempo, é noto che il calo delle forze che segue ad un intenso sforzo fisico non é causato dal solo esaurimento dello scorte di glicogeno (il carburante del nostro corpo), ma anche ad un fenomeno conosciuto come spossatezza centrale, di cui é responsabile il cervello: questo processo, che “detta” uno “stop” alla contrazione muscolare é attribuibile ai motoneuroni della regione motoria cerebrale; quest’ultima, in sostanza, smette di inviare i messaggi ai recettori dei muscolari. Il motivo di questo freno si suppone sia di prevenire un possibile danno ai muscoli.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Quello che hanno evidenziato Cotel e i suoi colleghi e che quando
l’attività fisica “pompa” troppa serotonina, questa prende una strada diversa nel cervello: i motoneuroni ne sono “satolli” e quindi questa sostanza si incanala su un’altro punto di queste cellule, il segmento iniziale dell’assone, dove viene intercettata da altri recettori che “spengono” la trasmissione alle fibre muscolari; di conseguenza, si diventa più deboli con il rischio, ad insistere, di procurarsi uno stiramento.

In definitiva, ben venga l’attività fisica per contrastare ansia, malinconia e per allentare la pressione psicologica, ma senza eccessi: pena dolori che ci rendono ancora più insofferenti e frustrati.