Tenere con sé la foto del partner riduce il dolore

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Il contatto riduce la sofferenza

Il contatto riduce la sofferenza

Il tatto é il primo dei nostri sensi a svilupparsi ed il modo “letteralmente” più toccante e intimo per entrare in contatto il con il mondo esterno.

La pelle e i suoi recettori, non solo sono il nostro organo di senso più antico, ma anche quello dalle dimensioni più ampie: basta pensare che se stendessimo la pelle di un uomo in tutta la sua estensione non avrebbe nulla da invidiare ad una pelliccia di una trigre: un adulto medio, infatti, é ricoperto da circa 4,5 metri di pelle, che costuiscono circa il 16-18% del suo peso corporeo.

Con “numeri” come questi, non soprende il peso che il contatto riveste nelle relazioni e nelle interazioni umane.

La ricerca ha, infatti, dimostrato che la stimolazione tattile interpersonale é uno mezzo straordinariamente efficace per influenzare i comportamenti sociali, perfino quando non c’é consapevolezza o ricordo di essere stati toccati: può indurre qualcuno a mostrarsi più condiscendente verso una richiesta (un fenomeno noto come “tocco di Re Mida”), ad ammorbidire o inasprire il proprio giudizio, a trovare chi tocca più attraente ed accattivante.

Il contatto é anche consolatorio e confortante: è, infatti, esperienza comune che, quando siamo tristi, angosciati o sotto shock un abbraccio, una stretta di mano o il tenersi stretti ad persona familiare (ma non solo) possa alleviare il “male dell’anima”.

Chi l’avrebbe mai detto, però, che lo stesso possa valere anche sul dolore fisico?
Ad esempio, é stato accertato che il fatto che il compagno stringa la mano della partoriente o semplicemente gliela appoggi sulla spalla, porta a una riduzione della sensibilità al dolore e a una minore necessità di ricorrere agli analgesici; i medici Rosemary Cogan e Joseph Spinnato, hanno osservato, poi, che in questa esperienza, perfino il contatto di un assistente rende le partorienti più “stoiche”.

In modo analogo, Heike Mahlee e James Kulik hanno rilevato che la presenza, il sostegno e il contatto fisico del partner di chi aveva subito un bypass coronarico riportavano meno dolore e facevano meno ricorso ai farmaci antidolorifici rispetto a chi era solo.

Uno studio sul tema che ha fatto scalpore é stato condotto con la fMRI (risonanza magnetica funzionale): in questa indagine é stato possibile dimostrare oggettivamente che la sofferenza morale (l’abbandono) e il dolore “corporale” danno luogo all’attivazione delle medesime aree cerebrali e nello specifico della corteccia somatosensoria secondaria e dell’insula posteriore dorsale.

Poste queste premesse Jennifer Brown, David Sheffield, Mark Leary e Michael Robinson hanno voluto verificare sperimentalmente quanto il conforto dato dalla vicinanza di una persona cara possa attenuare la sofferenza.

Per prima cosa, hanno reclutato 101 volontari di entrambi i sessi; poi li hanno assegnati a diverse condizioni sperimentali, in cui potevano trovarsi in compagnia di un amico o di uno sconosciuto: alcuni, inoltre, rivestivano il ruolo di “cavie” (chi avrebbe subito una stimolazione dolorosa); altri, quello di “sostegno” (chi avrebbe avuto il ruolo di consolatore).

Per nasconderere il vero scopo dello studio, alle “cavie” veniva detto che l’obiettivo della ricerca era stabilire se individui con differenti disposizioni di personalità reagissero in modo diverso a degli stimoli dolorosi; i “samaritani” invece erano informati che l’esperimento consisteva nello stabilire se la presenza e le premure di qualcuno potesse ridurre la percezione di un’esperienza dolorosa.

Questi ultimi, venivano, inoltre, istruiti ad assistere il “malcapitato” in modo passivo (limitarsi alla presenza, ma non parlargli, né rivolgergli lo sguardo) oppure ad essere attivi (dare tutte le attenzioni possibili e farsi sentire fisicamente ed emotivamente vicini). Infine, ad un terzo gruppo veniva detto di interagire con l’altro nella misura in cui si sentivano di farlo.

Una volta assegnati “compiti”, le cavie venivano lasciate sole oppure avevano con sé un “assistente” attivo, passivo o senza alcun ruolo specifico (la condizione di interazione). Dopo di ché, è stato chiesto loro di immergere la mano non dominante (la sinistra per chi usa la destra e il contrario per i mancini) in un secchio pieno d’acqua e ghiaccio e di tenerla lì fino a quando non ce la facevano più oppure per un tempo massimo di tre minuti.

Ogni 20 secondi, poi,chi veniva “torturato” doveva indicare su una scala da 1 (nessun dolore) a 10 (dolore insopportabile) quanto faceva male l’immersione.

L’esito ha dimostrato che é sufficiente che la presenza fisica di qualcuno é per renderci più forti nel dolore; anche quando quest’ultimo non si impegna a distrarci o a darci coraggio.

Curiosamente, le “cavie” che erano in compagnia di qualcuno che si limitava ad interagire con loro le faceva sentire peggio rispetto a quando erano assieme ad uno spettatore passivo: la spiegazione, secondo gli autori, é che se in quelle circostanze se anche qualcuno non ci parla, dimostra comunque rispetto per il nostro dolore; cosa che invece non fa chi si comporta come se nulla fosse: il che, verosimilmente ci irrita e amplifica il senso di insofferenza.

La ricerca più originale al riguardo ha dimostrato che basta avere con sé qualcosa che sia collegato ad una persona cara per mitigare la sofferenza.

A provarlo sono stati gli psicologi Jarred Younger, Arthur Aron, assieme ad altri colleghi. Questi studiosi sono partiti da quanto emerso in precedenti ricerche che hanno messo in luce come, i primi periodi da innamorati siano caratterizzati da intense sensazioni di euforia, benessere e dalla tendenza a pensare quasi ossessivamente a lui o lei.

Delle indagini con la neuroimaging (la visualizzazione dell’attività cerebrale) ha evidenziato che questi atteggiamenti attivano il cosiddetto circuito della ricompensa nel cervello (quello che procura piacere ed é coinvolto anche nella dipendenza da stupefacenti, nel gioco d’azzardo patologico o nell’impulso all’abbuffata di cibo).
Inoltre, studi condotti con degli animali hanno dato prova che l’attivazione farmacologica del circuito della ricompensa possa ridurre, in modo anche notevole, la percezione del dolore.

Sulla base di queste premesse Younger, Aron e gli altri hanno ipotizzato che vedere delle foto del partner mentre si prova dolore potesse procurare un sollievo, sollecitando i meccanismi del piacere.

Per verificarlo hanno reclutato 15 persone che avessero un nuovo amore da non più di nove mesi (il periodo in cui i cambiamenti indicati sono più intensi). A tutti é stato inferta della sofferenza; nel contempo, i partecipanti vedevano su uno schermo ritratti del compagno/a, di un conoscente attraente e familiare oppure venivano coinvolti in un compito di distrazione dal provato effetto “lenitivo”.

Mentre, i partecipanti venivano coinvolti in questo modo, la loro attività cerebrale veniva registrata con l’fMRI.

Per approfondire

L’esito ha inequivocabilmente assegnato la “palma d’oro” come migliori “analgesici naturali” ai partner; non solo, la teoria che questo effetto fosse mediato dall’attività del circuito della ricompensa ha trovato conferma nella lettura della fMRI: precisamente, é stato rilevato che questo aggregato di strutture (nucleo caudato, nucleo accumbens,
corteccia orbitofrontale laterale, amigdala e corteccia prefrontale dorsolaterale
) era “in fermento” quando i soggetti, sofferenti, vedevano l’immagine della persona cara. Per contro, i sistemi cerebrali deputati alla “distrazione” non erano minimamente coinvolti.

Insomma, è proprio il caso di dirlo: l’amore fa miracoli!

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