Eletto per l’aspetto

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In politica vince la bellezza

In politica l’aspetto conta

A dispetto di valori come parità o uguaglianza, scopriamo (spesso a nostre spese) che chi é dotato di bella presenza possiede una marcia in più non solo nelle relazioni personali, ma anche sul piano lavorativo o politico, dove viene percepito come più carismatisto e con qualità più positive.

Numerose ricerche hanno dimostrato infatti che l’aspetto fisico da un vantaggio anche dove dovrebbe essere inifluente: ad esempio, si é appurato che le bionde ricevono salari più alti delle brune (Marylin docet); che la circonferenza della vita per la donna é inversamente proporziale ai soldi che porta a casa; o ancora, che chi ha i lineamenti più regolari e piacevoli viene pagato di più, giudicato più compentente e ha maggiori probabilità di essere assunto ad un colloquio di lavoro.

Perfino, nella selezione di un manager, di un leader o di un presidente di una repubblica la decisione degli elettori é fortemente condizionata da criteri estetici e, in generale, dall’impatto di altri segnali non verbali.

A lungo gli scienziati politici e gli economisti, nel tentativo di comprendere ed elaborare uno schema predittivo del comportamento di voto, hanno dato per scontato che le strategie di scelta degli elettori fossero dettate da motivazioni razionali: quindi, sulle valità e sulla concretezza delle proposte dei candidati, sulla loro reputazione e sull’appartenenza ad un particolare schieramento politico.

In tempi più recenti, tuttavia, ci si é resi conto che il processo di elaborazione del voto é tutt’altro che logico e, men che meno, semplice: la selezione del candidato richiede all’elettore una valutazione complessa che implica una serie di compromessi su dimensioni e valori importanti come la religione, ragioni di tipo economico, relative alla sicurezza, alle posizioni in campo sociale, ambientale, internazionale, ecc.

Al giorno d’oggi, poi, siamo investiti da tutto un flusso di informazioni che ci arrivano, a volte, in forma contradditoria dai media: TV, radio, giornali e, non ultimi, i social network.

Troppe variabili e troppi dati: così l’uomo comune semplifica il processo con cui decide chi votare limitandosi a pochi fattori: ad esempio, molti si limitano a tenere conto del partito di cui il candidato é l’esponente; ma a volte i criteri adottati dagli elettori non hanno niente di razionale e si basano su aspetti non verbali.

Ad esempio, gli psicologi Cara Tigue, Diana Borak, assieme ad altri colleghi, hanno voluto stabilire se la preferenza per un candidato e il voto possano essere influenzati dal tono di voce di quest’ultimo.

Dopo aver selezionato i partecipanti, hanno manipolato il timbro della voce di ex presidenti degli Stati Uniti e li hanno fatti sentire ai volontari; compito di quest’ultimi era attribuire determinati tratti di personalità a quelle voci e esprimersi su chi sarebbero stati propensi di votare.

L’analisi delle risposte ha fatto emergere che la voce bassa veniva associata con tratti di personalità più positivi; inoltre, i “potenziali” elettori indicavano che tendenzialmente avrebbero votato un candidato con la voce profonda rispetto a chi l’aveva più acuta. Il tono basso suscitava anche l’idea che il candidato mostrasse maggiore “polso” e prontezza nel caso il periodo delle elezioni coincidesse con una minaccia di guerra.

Uno studio affine é stato condotto dallo psicologo olandese Brian Spisak: quest’ultimo ha dimostrato che nel contesto di un conflitto in corso o imminente, viene preferito un candidato in età rispetto ad un concorrente più giovane: probabilmente, perché al primo viene attribuita meno irruenza, più esperienza e diplomazia e maggiore saggezza.

Sempre sul piano non verbale, Paul Cherulnik, Kristina Donley e altri studiosi hanno rilevato come tra un pubblico televisivo, gli spettatori sono più inclini a imitare il linguaggio del corpo dei candidati più carismatici (che si mostravano più sorridenti e guardavano più spesso e più lungo il pubblico.

L’atteggiamento corporeo di un candidato non é il solo che produca un’influenza sull’elettorato nel caso di talk show, comizi ripresi in TV o interviste: Elisha Babad ha scoperto, ad esempio, che se il giornalista mostra espressioni facciali positive o negative queste possono modificare l’opinione con cui i telespettatori percepiscono un politico: in particolare, nello studio della psicologa, é emerso che se il cronista dava segno di ostilità, stizza o scetticismo nei confronti dell’intervistato quest’ultimo rischiava di fare (incolpevolmente) una “mala parata”.

Se giudicare un leader sulla base del tono di voce, della capacità di comunicare e, perfino, confidando nel giudizio (pur manifestato con la mimica facciale e con altri comportamenti non verbali) di un opinionista di professione, può avere un senso, non lo ha certo il fatto che il candidato appaia più o o meno in salute; eppure, una nuova ricerca ha messo luce, che perfino questo é un fattore che teniamo in considerazione!

Anche questo studio é nato da un’intuizione di Spisiak e sviluppato assieme ad un team di ricercatori dei Paesi Bassi, ha infatti evidenziato, che l’aspetto salubre di un individuo lo rende più papabile come leader.

Lo studioso e la sua equipe sono partiti dai dati emersi in precedenti esperimenti che hanno dimostrato come le persone possano predire con un buon margine di precisione il successo elettorale di un candidato basandosi solamente su dei ritratti fotografici. Queste ricerche sono state replicate anche con dei bambini (che non potevano avere nessun pregiudizio) dando prova che effettivamente esiste una fisionomia che rivela l’attitudine a comandare e che prorobabilmente questa é legata all’effetto secondario degli ormoni sessuali (che oltre a modellare corpo e fattezze del volto, influenzano il temperamento).

Per il nuovo studio Spisiak e colleghi hanno reclutato 148 partecipanti, equamente divisi tra i due sessi, e hanno chiesto loro di mettersi nei panni del selezionatore del prossimo amministratore delegato della loro ditta (quindi, non più un presidente, ma comunque un ruolo dirigenziale) optando per uno di due volti (in realtà, la faccia era la stessa, ma era stata ritoccata con un programma di grafica in modo farla apparire più o meno intelligente o più o meno sano (ad esempio, in un caso aveva un viso florido, un bel colorito, una pelle uniforme e nell’altro la pelle cadente, spenta, grigiasta, ecc.).

Ad alcuni volontari veniva suggerito che il nuovo manager veniva assunto per contrastare con efficacia e astuzia la concorrenza oppure doveva ridefinire gli accordi commerciali con una consociata; o, ancora, aveva il compito di sfondare in un nuovo mercato o doveva sovrintendere lo sfruttamento di una risorsa di energia non rinnovabile.

L’esito ha messo in risalto che buona parte dei partecipanti sceglieva, indipendentemente dal ruolo che sarebbe andato a ricoprire, il candidato dall’aspetto più in salute.

In sostanza, fuori da ogni logica, i “cervelloni”, erano giudicati meno idonei rispetto aveva un aspetto sano.

Per approfondire

Solo se il candidato veniva “assunto” per mansioni che richiedessero capacità di negoziazione (come nel caso della revisione di un contratto) un aspetto “sveglio” veniva tenuto in considerazione, ma solo da una minoranza dei volontari.
I ricercatori hanno rilevato che apparire sani suscitava l’idea di una maggiore mascolinità e che il contrario valeva laddove venivano esibite doti intellettuali.

Tirando le somme, possiamo dire che, nel pensiero comune, l’arte del comando viene attribuita ancora a chi appare “tutto d’un pezzo” rispetto a chi é dotato di un cervello fino.