Il colloquio di lavoro si gioca sul piano del corpo

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“Raccomandato” dal…corpo

Possedere delle “buone carte” in un colloquio di lavoro o in una selezione fa partire sicuramente con il piede giusto, ma spesso conta ancora più quello che il candidato esprime sul piano non verbale.

Questo vale soprattutto per i “concorrenti” maschi; lo hanno dimostrato sperimentalmente gli psicologi Caren Goldberg e Debra Cohen, spiegando che questa “discriminazione” é dovuta agli stereotipi di genere.

In pratica, non ci si aspetta che un uomo esibisca una buona gestione del linguaggio del corpo, per cui se lo fa appare possedere una “marcia in più”; il contrario, vale per le donne: é convinzione comune che le donne siano più abili sotto questo profilo; così una candidata più “sciolta” e disinvolta su questo piano non spicca in modo particolare.

E’ ben risaputo che sorridere ad un primo incontro può portare ad fare una buona impressione sull’interlocutore; rende quest’ultimo più disponibile e fiducioso e fa apparire il primo più sicuro di sé e amichevole.

Inoltre, numerose ricerche hanno messo in luce che chi mostra una naturale disposizione al sorriso, tende a suscitare nell’altro tutto un insieme di impressioni favorevoli: ad esempio, da l’idea di essere più intelligente, cordiale, sincero, socievole, affidabile e spontaneo e perfino più onesto.

Tuttavia, questo comportamento può essere fuori luogo in determinati contesti o circostanze: se dobbiamo fare le condoglianze, ad esempio, o se soccorriamo qualcuno che sta male … e anche nei colloqui di assunzione.

Lo hanno scoperto Mollie Ruben e Judith Hall, psicologi alla Northeastern University assieme a Marianne Schmid Mast, docente del Department of Organizational Behavior presso l’Università di Losanna.

Nel loro studio é emerso infatti che i sorrisi non sono visti di buon occhio se il posto di lavoro richiede serietà, come nel caso la mansione richiesta presupponga la gestione e la trasmissione di dati sensibili.

Per contro, viene apprezzato per mansioni in cui contino le abilità sociali come l’insegnamento, la vendita o l’intrattenimento.

Naturalmente, sorridere non é da bandire del tutto in questo contesto: la ricerca ha dimostrato, infatti, che suscita un’impressione positiva all’inizio o al termine dell’intervista; mentre, nel mezzo conviene astenersi dal farlo.

Ruben, che ha capitanato l’equipe di ricerca, commenta che: “è intuitivo pensare di sorridere quando vogliamo mostrarci cordiali, ma nel corso di un’intervista per un lavoro rischia di far apparire il candidato meno competente e giudizioso“.

In linea con questa indagine, anche l’esperta di linguaggio del corpo Susan Constantine, mette in guardia contro l’esibizione dei sorrisi nel corso di un colloquio per un assunzione: “questo segnale, molto apprezzato in altri ambiti, qui può risultare inopportuno e ridimensionare le credenziali del candidato“, sottolinea la studiosa.

Per altro“, aggiunge la Constantine, “annuire troppo o sporgersi eccessivamente in avanti con il tronco sono altri due comportamenti che possono avere un effetto controproducente in questa circostanza: chi lo fa, può risultare manierato e desideroso di piacere“.

Anche la postura da un consistente contributo all’impressione che suscitiamo nel corso di un colloquio di lavoro, perfino se é frutto di esercizio e non di una disposizione spontanea.

Lo hanno provato gli psicologi Amy Cuddy. Caroline Wilmuth e Dana Carney, istruendo un gruppo di 61 studenti a mantenere una posizione dominante (tronco appoggiato comodamente allo schienale e rilassato e braccia e gambe tenute scostate e aperte) e o sottomessa (schiena curva e sbilanciata in avanti ed estremità tenute chiuse o contratte) prima di un sostenere l’intervista per un tempo totale di 7 minuti (in cui, per un minuto assistevano alla proiezione di immagini e nel tempo restante erano invitati a preparare un discorso di presentazione).

Non veniva data, però nessuna istruzione su come dovessero atteggiarsi durante l’esposizione del proprio profilo, così da verificare se l’impostazione acquisita in precedenza venisse conservata anche in quel momento.

Due esaminatori avevano quindi il compito di valutare i “potenziali candidati” esaminando qualche spezzone dei filmati dei loro discorsi.

Ne é emerso che, a confronto di chi era stato impostato ad mantenere una postura raccolta, quelli che avevano assunto una posa dominante suscitavano negli esaminatori l’idea di individui sicuri di sé e il loro modo di esprimersi suonava più spigliato, trascinante ed entusiasta.

Tono di voce e cadenza del discorso contano anch’essi nella valutazione di un candidato. Uno studio di Vikrant Soman e Anmol Madan ha dimostrato che chi nel parlare esibisce un tono pieno e un ritmo sostenuto nel parlare suscita l’impressione più favorevole negli esaminatori; chi, al contrario, si esprime con un voce uniforme e con poco slancio non convince.

Il contatto oculare è una delle forme più coinvolgenti nell’interazione interpersonale. Guardare l’altro negli occhi ha molteplici significati: può indicare attrazione, attenzione, interesse, sfida, fiducia in sé, ecc.; può essere anche un segnale per regolare i turni di conversazione (il momento in cui uno intende parlare o quando vuole che sia l’altro a farlo).

Una carenza di sguardi diretti può suscitare diffidenza nell’interlocutore e dare l’impressione di disonestà; oppure può suscitare l’idea che l’altro sia timido, in soggezione o non sia sicuro di quello che dice.

Per approfondire

Considerato il valore di questo comportamento, non sorprende che abbia il suo peso anche nei colloqui di lavoro. Una ricerca condotta da Alexa vanDonselaar ha messo in mostra come i candidati che esibiscano un adeguato scambio di sguardi siano percepiti come più competenti e appaiano più “papabili”; per contro, chi tende a evitare di incrociare gli occhi dell’altro “scade” nella valutazione degli esaminatori; a meno che non risuti particolarmente intelligente e qualificato: in quel caso, alla “pecca” ci si può anche passare sopra.