Sei di testa o di cuore?

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Il Sè può trovarsi nel cuore o nel cervello

Il Sè può trovarsi nel cuore o nel cervello

Ogni giorni ci troviamo a prendere piccole o grandi decisioni: dalla scelta di lasciare o meno la mancia al barista, di contrarre un mutuo o di chiedere o accettare di sposarci o di andare a convivere.

A seconda del tipo di impegno (economico, temporale, sentimentale, pratico, morale, ecc.) tendiamo a farne una questione di calcolo oppure “emotiva”; inoltre, i due atteggiamenti spesso sono compresenti seppure in misura diversa.

Una nuova ricerca, ha però, messo in evidenza che le persone possono essere distinte in due classi: chi é incline a dare maggior peso agli aspetti logici e concreti e chi, per contro, agisce maggiormente con il cuore e non si tratta solamente di un modo di dire; i primi localizzano ficamente il proprio sé nella testa e i secondi nel petto.

Questa diversa “collocazione” della fonte dei propri pensiero influisce notevolmente sui processi decisionali; lo dimostra un nuovo studio condotto da un team di esperti di management e business della Rice University e della Columbia University.

Hajo Adama, autore della ricerca assieme a Otilia Obodarua e Adam Galinsky, afferma che la nuova indagine “riapre il dibattito su quale parte del corpo sia la sede del Sè – una questione che risale alle dispute filosofiche degli antichi greci“.

I nostri risultati“, continua lo studioso “dimostrano che la preferenza per il cervello rispetto al cuore come la -incarnazione- del Sé dipende dalla percezione che le persone hanno della -sorgente- dei propri pensieri, sentimenti e impulsi nei confronti degli altri”.

Non solo, aggiunge Adama, questa ubicazione ha anche importanti implicazioni nella formazione delle opinioni: in particolare, nella ricerca é stato esaminato come testa o cervello “comandino” le riflessioni su questioni mediche controverse o su importanti temi sociali”.

Lo studio di questi ricercatori é consistito in una serie di otto esperimenti per mettere in luce gli atteggiamenti e le conseguenze legate all’individuazione del proprio Sè nel cervello o nel cuore.

I gruppi di partecipanti variavano da 95 a 156 persone; di età compresa tra i 20 ei 40 anni; inoltre, circa metà erano donne e metà uomini. Buona parte dei volontari erano americani, ma erano presenti anche alcuni indiani (che possiedono una cultura che li porta a provare una forte identificazione con il gruppo).

L’ipotesi di partenza é stata che chi colloca la propria identità nel cervello tenda a far valere il proprio pensiero se di indole é più autonomo e indipendente; mentre si fa condizionare di più dai sentimenti se tende a empatizzare con gli altri e quindi, ascolta, non solo la propria testa, ma anche il cuore.

Nel primo esperimento ai partecipanti era stato detto che l’identità e il senso di Sé sono consapevolezze essenziali dell’essere umano e che scopo della ricerca era scoprire dove le persone localizzassero il proprio sé: fatta questa premessa, i ricercatori hanno chiesto ai volontari di indicare in quale parte del corpo avvertissero il proprio senso di identità.

Nelle successive sei sessioni sono state verificate le ipotesi di partenza e le implicazioni della diversa “ubicazione” del senso di identità: si é così appurato che incarnare il sé nella testa é più comune fra gli uomini che fra le donne e per gli americani piuttosto che per gli indiani e soprattutto per gli individui poco empatici. In linea di massima, buona parte delle persone comunque tendevano a collocare il Sè nel cervello.

Il settimo studio ha accertato che la posizione del sé influenzava il loro atteggiamento rispetto a spinosi temi etici, come la pena capitale o l’aborto: chi era di “cuore” si mostrava in media contrario a queste “soluzioni”.

L’ultimo studio é stato elaborato per appurare quanto impegno avrebbero messo i due “partiti” nello scrivere una petizione per una campagna di sensibilizzazione per una malattia neurodegenereativa del cervello (alzaheimer) o cardiaca (prevenzione dell’infarto); ai partecipanti, veniva chiesto anche quanto denaro avrebbero devoluto in beneficenza per sostenere la ricerca e la cura dell’una o dell’altra patologia.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Sì quindi constatato che chi collocava il sé nel cervello era due volte sensibile e più generoso se il tema era una malattia del cervello;il trend inverso invece caleva per chi localizzava il Sé nel cuore: erano disposti a devolvere il doppio del denaro (rispetto all’altro gruppo) se si trattava di un disturbo coronarico!

In conclusione, questo studio da prova che quando diciamo di “ascoltare il cuore”, non stiamo usando una metafora, ma sentiamo e diamo voce ad un pensiero che sale davvero dal “cuore”.