Più sorridi, più sarai felice

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Sorridere rende più felici

Sorridi e la vita ti sorride

Sorridere é una delle mimiche facciali più diffuse: non c’è popolo che non lo faccia e non ne comprenda il significato.

La “scienza del sorriso” in quanto tale è nata con le osservazioni dell’antropologo Charles Darwin. che si rese conto che la causa, le conseguenze e le manifestazioni di quest’azione sono universali.

I bambini nati ciechi sorriidono n’è più né meno che i bambini vedenti. Cominciamo a sorridere a cinque settimane: da quel momento, i bambini imparano che il pianto attira l’attenzione di adulti, ma che il sorriso la mantiene.

Sorridere, in effetti, é uno dei dei comportamenti che facciamo più spesso nel nostri scambi con gli altri e perfino da soli, vedendo o leggendo qualcosa.

Il sorriso solitamente é un riflesso del buon umore e questo sentimento si é rivelato un eccellente tonico per l’equilibrio psicologico e per l’efficienza del nostro organismo.

Tuttavia, non sempre lo facciamo perché siamo realmente allegri: possiamo sorridere a denti stretti, di circostanza o come segno di riconciliazione o di accordo.

La ricerca ha messo in evidenza che le differenze tra i due tipi di sorriso, non sono solo esteriori, ma coinvolgono regioni anatomiche e cerebrali diverse.

Il sorriso genuino, noto come sorriso di Duchenne (che viene esibito quando si prova una felicità sentita o divertimento), é prodotto dalla contrazione involontaria di due distretti musolari: lo zigomatico maggiore (solleva gli angoli della bocca) e l’orbicolare (“gonfia” le guance e ed é responsabile delle cosiddette “zampe di gallina”, a lato degli occhi).

Hamdi Dibeklioglu, Roberto Valenti e altri ricercatori hanno poi accertato che nel sorriso vero le palpebre appaiono più socchiuse; proprio a causa della costrizione del muscolo orbicolare (che potremmo paragonare all’obiettivo di una macchina fotografica)

Un sorriso artefatto comporta, invece, la tensione del solo muscolo zigomatico; non é possibile, infatti, contrarre volontariamente l’orbicolare dell’occhio.

Altri studi hanno scoperto che questi due tipi di sorrisi sono controllati da due diverse regioni del cervello.

Il sorriso di circostanza coinvolge la corteccia motoria; mentre il sorriso Duchenne, è controllato dal sistema limbico (il circuito emotivo del cervello).

Inoltre, il sorriso sentito attiva i centri del piacere e della ricompensa, facendoci sentire spensierati ed euforici.

Nonostante queste profonde differenze, la teoria della “facial feedback hypothesis” (per cui assumere una data mimica facciale provocherebbe di riflesso le stesse sensazioni da cui avrebbe origine) suggerisce assumere la mimica del sorriso farebbe bene anche se non si prova realmente un’emozione positiva.

Un recente studio condotto alla Northwestern University contraddirebbe questa supposizione; l’indagine é stata condotta dai ricercatori Aparna Labroo, Anirban Mukhopadhyay e Ping Dong.

I soggetti dell’esperimento sono stati divisi in due gruppi: ad uno é stato detto che il sorriso rispecchia la felicità; all’altro, che é sufficiente sorridere (anche forzatamente) per provare un senso di ilarità.

Successivamene, i volontari hanno preso parte a tre studi. Nel primo, il compito era annotare ogni giorno per un lasso di tempo di due settimane quanto avevano sorriso (poco, tanto, abbastanza, ecc.) e quanto, a fine giornata, si fossero sentiti più o meno soddisfatti e sereni.

Nella seconda fase, i partecipanti erano stati invitati a riprodurre la mimica facciale del sorriso e a commentare se questo avesse influenzato il loro stato d’animo. Nell’ultimo esperimento, ai volontari venivano fatti leggere degli annunci divertenti ripresi da dei giornali: quelli cui era stato detto che il sorriso é segno di felicità venivano invitati a sorridere se trovavano gli annunci realmente esilaranti; a chi faceva parte del secondo gruppo, invece, era stato suggerito di sorridere in ogni caso; anche qui, al termine, i soggetti dovevano giudicare se il loro umore era mutato.

L’esito ha dato prova che solo quelli cui era stato detto che sorridere riflette il buon umore, si sentivano meglio dopo la prova; proprio perché avevano sorriso solo quando se la sentivano.

A coloro cui invece era stato detto di sorridere anche controvoglia, non solo non si erano sentiti più felici, ma dopo le prove il loro umore era peggiorato.

La tendenza a sorridere sembra non procuri solo un benessere temporaneo, ma possa influenzare l’atteggiamento con cui affrontiamo la vita.

E’ quanto emerge da un’indagine condotta nel 2001 dalla ricercatrici Dacher Keltner e LeeAnne Harker.

Le due psicologhe hanno selezionato un campione di foto 141 studentesse di ragazze tratte dagli annuari del Mills College di Oakland, in Californa.

I criteri della scelta erano due: il fatto che le donne ritratte esibissero un sorriso e che appartenessero a tre diverse fasce d’etâ (così da valutare se l’atteggiamento positivo espresso dal sorriso fosse un indice attendibile di ottimismo e se questo “piglio” venisse conservato nel tempo).

Una volta fatta la scrematura, le scienziate hanno diviso le persone in foto in due categorie: coloro che mostravano un sorriso spontaneo e quelle che esibivano un sorriso di circostanza.

Le studiose hanno quindi intervistato le donne “ilari” e quelle “musone”, chiedendo loro quanto fossero soddisfatte di sé, della vita e della loro relazione di coppia; le età prese in esame erano 27, 43, e 52 anni.

Per approfondire

L’esito ha dimostrato che. a paragone con le coetanee meno “gioconde”, chi, mentre era stata “immortalata”, mostrava un sorriso di Duchenne riconosceva di essere più felice, appagata e realizzata sul piano sentimentale…perfino a distanza di 30 anni dal momento in cui le era stata scattata la foto.

In definitiva, possiamo trarre un insegnamento da questi studi: più occasioni ci procuriamo per ridere, sorridere e divertirci più saremo inclini
a vedere il lato bello della vita; inoltre, se c’é un motivo per fare un sorriso, non tratteniamolo per darci un contegno o perché il bon ton ci inibisce dal farlo: é un’infusione di buon umore.