Quell’irresistibile impulso a grattarsi

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Grattarsi può essere un piacere

Grattarsi può essere un piacere

Essere punti da una zanzara; venire sfiorati da foglie di ortiche e perfino osservare qualcuno che si sfrega vigorosamente la cute induce un senso di prurito e un incontrollabile impulso a grattarsi.

Il prurito è una sensazione atipica e, soggettivamente, insopportabile; tanto da essere classificata da scienziati e artisti, che ne hanno parlato, come una delle esperienza fisiche più angoscianti che si possano provare.

Dante, nel Canto XXIX dell”Inferno” infligge proprio questa pena ai falsari; scrive infatti: “li orecchi con le man coperse”. Per questi peccatori il supplizio che li aspetta é terrificane: uomini e donne sono accastati l’uno sull’altro incapaci di fare altro che scorticarsi con le unghie senza sosta e in modo convulso per togliersi le croste della scabbia.

A lungo, questa sensazione é stata un mistero per gli studiosi: per i più non era altro che una forma blanda di dolore.

Quest’ipotesi ha retto fino all 1987, quando il ricercatore tedesco Hermann Handwerker assieme a dei colleghi ha utilizzato impulsi elettrici lievi per pilotare l’istamina (una sostanza che procura prurito che il corpo rilascia durante le reazioni allergiche).

Quando gli studiosi hanno provato ad variare l’emissione di istamina, scoprendo che erano in grado di aumentare l’intensità del prurito volontari o di ridurla a volontà; eppure questi ultimi non hanno mai avvertito un senso di del dolore.

I ricercatori hanno così concluso che prurito e dolore sono sensazioni del tutto differenti, trasmesse lungo percorsi nervosi diversi.

Tuttavia, prima che si arrivasse alla identificazione di queste fibre ne é passato di tempo: solo 10 anni dopo un’equipe mista di studiosi tedeschi e svedesi, tra cui Martin Schmelz, Roland Schmidt, lo stesso Handwerker e altri hanno, dopo numerose sperimentazioni hanno isolato un particolare tipo di fibra che rispondeva speficicamente alla sensazione di prurito.

A differenza dei recettori del dolore che vengono sollecitati da stimolazioni molto circoscritte (qualche millimetro); quelli del prurito possono avvertire lo stimolo anche in un’area di 75 mm (per questo motivo, ci accorgiamo che ci ha punto una zanzara, solo quando questa si é ben “rimpinzata” del nostro sangue); inoltre, le fibre del prurito hanno una velocità di conduzione straordinariamente bassa; il che spiega perché prurito ha bisogno di tempi relativamente lunghi prima di essere percepito e ci vuole tanto perché si plachi.

L’azione che facciamo per sopprimere questa noiosa sensazione é il grattamento o lo sfregamento: si tratta di un riflesso; perciò, di un atto automatico e difficilmente controllabile, la cui funzione é procurare un sollievo (purtroppo momentaneo) a quella fastidiosa sensazione.

Curiosamente questa azione viene innescata, come premesso, anche semplicemente quando qualcuno davanti a noi si gratta, specie se lo fa con una certa veemenza.

Questo particolare forma di “contagio” non vale per tutti nella stessa misura: una nuova ricerca ha messo in luce che una particolare disposizione di personalità rende più vulnerabili ad venirne suggestionati.

Lo hanno rilevato lo psicologo Henning Holle, Kimberley Warneb, Anil Seth assieme ad altri colleghi che, dopo aver reclutato 51 volontari, hanno fatto vedere loro dei video di persone che si graffiavano o si pizzicavano la pelle.

Holle e gli altri studiosi hanno coinvolto per la loro sperimentazione 51 partecipanti, mettendo in luce che, contrariamente a quanto ci si aspettava, le persone con un alto grado di empatia non sono particolamente sensibili alla vista di qualcuno che si gratta.

Questa ipotesi era stata formulata sulla base di un’altro comortamento estremamente contagioso: lo sbadiglio, riguardo a qualche l’empatia gioca un ruolo importanti: infatti tendiamo ad imitirare chi sbadiglia soprattutto se é un amico o un parente e meno se si tratta di uno sconosciuto.

Per contro, chi possiede una marcata tendenza al nevroticismo (vedere tutto nero), reagisce in modo più immediato e vigoroso alla visione di queste scene.

Per comprendere cosa, accade nel cervello, durante questo processo, Holle e gli altri hanno, monitorato l’attività cerebrale dei soggetti con l’fMRI (rileva il flusso sanguigno nell’encefalo).

E’ stato così possibile rintracciare la “scia” del prurito: la corteccia sensoriale (che ci “informa” in quale punto del corpo si verifica la sensazione); la regione limbica (che “codifica” la natura sgradevole prurito); le aree motorie (che promuovono l’azione dello sfregamento), ma non l’insula (l’hardware dell’empatia).

A volte l’atto di grattarsi é così compulsivo da non riuscire a smettere: infatti, ci si può grattare fino a sanguinare o procurarsi lesioni profonde sulla pelle. Questo comportamento apparentemente autolesionistico potrebbe apparire una forma di masochismo (anche perché da un innegabile senso di soddisfazione). La scienza però sembra abbia scoperto che dietro questa “perversione” si nasconde l’attivazione di una regione del cervello legata al piacere e alla ricerca della “dose”.

A mettere a fuocoi motivi sul questa bizzarria sono stati i ricercatori del Department of Dermatology and Temple Itch Center presso la Temple University School of Medicine (TUSM) guidati dal fisiologo Hideki Mochizuki.

Questi studiosi, avvalendosi delle tecniche di neuroimaging hanno esaminato l’attività cerebrale di 10 pazienti che soffrivano di prurito cronico e di 10 soggetti sani in cui era stato provocato un “pizzicore”

Per approfondire

L’esito ha dimostrato che, specie nei pazienti cronici, si attivavano l’area motoria supplementare, la corteccia premotoria e corteccia motoria primaria – le aree che sono associate al controllo del movimento e alla motivazione ad agire.

Ma la scoperta più importante é stata la rilevazione del coinvolgimento
del cosiddetto “circuito di ricompensa”: come lo striato, corteccia del cingolo, il nucleo caudato e la corteccia orbitofrontale: le stesse implicate nella tossicodipendenza…grattarsi che goduria! 😉