E’ Il cervello che decide quando é ora di “darci una mossa” e quando sederci

Categories: Articoli, Articoli sul linguaggio del corpo, In evidenza

L'attività fisica e l'orologio biologico

Il cervello: “avanti, passo!”

É risaputo che fare un po’ di movimento, specie all’aria aperta ci rinvigorisce e migliora l’umore. Allo stesso modo, siamo consapevoli che la sedentarietà influisce sul metabolismo, sull’efficienza cardiaca e ci rende più apatici e improduttivi.

Chi l’avrebbe mai detto però che movimento e il tempo che passiamo seduti o distesi rispondano ad uno schema preordinato dal cervello e che l’attività fisica possa ripristinare questo ritmo quando le condizioni di vita, di lavoro o l’età ci portano ad essere più pigri?

Senza che ne siamo consapevoli, molte delle nostre abitudini e delle funzioni del nostro corpo rispondono a ritmi scanditi da una struttura del cervello, nota come nucleo soprachiasmatico: sono i “rintocchi” di questo orologico biologico che determinano il momento in cui abbiamo fame, i tempi della digestione, il momento di andare a dormire e numerosi altre funzioni biologiche e comportamenti.

Perfino il tempo in cui siamo in “azione” e quello che passiamo distesi o seduti vengono cadenzato da questa regione del cervello.

Lo ha dimostrato una ricerca di Kun Hua, Eus Van Somerenb, Steven Sheaa e Frank Scheer.
Questi studiosi, per prima cosa, hanno reclutato un gruppo di 38 persone, equamente divise per età (13 giovani tra i 22 e i 28 anni; 13 adulti di età media, 61-68 anni e anziani, 77-83 anni).

Dopodiché, hanno chiesto a tutti di indossare uno strumento che registravava il tempo in cui erano in movimento per un’arco di 24 ore in una settimana.

Trascorso il periodo stabilito, Hua e colleghi hanno esaminato i tracciati, facendo una sorprendente scoperta.

In prima battuta, i grafici mettevano in evidenza che l’attività dei ragazzi (come era prevedibile) era maggiore di quella delle persone più in là con gli anni.

Analizzando le registrazione dei soggetti più giovani, questi ultimi tendevano ad avere giornate abbastanza “animate”, seppure passavano lunghi momenti in cui erano pressoché inattivi, alternati ad altri in cui la loro attività era frenetica: alcuni giorni e partivano in quarta nelle prime ore del giorno, mentre battevano la fiacca nella fascia pomeridiana; in altri, oziavano le mattine, ma galoppavano il pomeriggio.

Tuttavia, analizzando l’andamento dei tracciati nel complesso, gli studiosi si sono accorti che movimento e pause tendevano ad alternarsi con una certa ciclicità e ad autoregolarsi quando le condizioni imponevano pause forzate o un’attività ipercinetica: ad esempio, se qualcuno passava troppo tempo seduto, dopo un po’ riprendeva a muoversi per un tempo che andava a compensare la “siesta”; oppure, se uno aveva una giornata frenetica, ristabiliva l’equilibrio concedendosi un po’ di riposo in più; come se il corpo ricordasse la giusta proporzione tra soste e momenti dinamici.

Questo schema però può sfasarsi se si riduce l’attività fisica. A questa conclusione sono arrivati lo stesso Scheer e altri studiosi in un’indagine condotta sui topi.

In questa nuova ricerca sono stati impiegati dei giovani topi adulti (di circa sei mesi) e topi in età (attorno ai due anni): gli animali sono stati messi in gabbie equipaggiate con dei sensori agli infrarossi, cosí da rilevare l’ammontare delle fasi in cui i topi “scorazzavano” e quelle in cui se ne stavano quieti.

Per un mese le “celle” erano state munite di ruote per dare modi ai roditori di sgranchirsi le “zampe”.

I giovani topi, che montavano spesso la “giostra” hanno acquisito in breve un ciclo di alteranza di movimento e pause e una netta distinzione tra giorno e notte (dedicate al sonno); i ratti piú in là con gli anni ricalcavano i ritmi dei loro “nipoti”, ma le fasi erano meno regolari e marcate.

In un secondo passaggio dello studio, le ruote sono state tolte. Di conseguenza a questa privazione, tutti i topi hanno perso il ritmo e gli schemi dei topi anziani e quelli piú giovani tendeva ad assomigliarsi: in altre parole, i topolini andavano al passo con i loro colleghi piú attempati.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Questa osservazione” commenta Scheer, “é la prova che l’esercizio fisico influenza i cicli quotidiani dell’attività più di quanto faccia l’età“; tant’è vero che una volta che le ruote sono tornate al loro posto, i topi hanno ritrovato ritmo e vitalità.

Questo significa che l’attività fisica può aiutare a mantenersi giovani e in forma e, non solo perché tonifica l’organismo, ma perché mette a regime gli ingranaggi, usurati dal tempo, dei nostri cicli biologici.