Nuovi strumenti per la diagnosi precoce della depressione: l’analisi dell’occhio

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La depressione nella pupilla

La depressione nella pupilla

Cosa hanno in comune un orgasmo, lo spremersi le meningi per risolvere un problema matematico e l’assistere ad una scena scioccante? In tutti questi casi, si produce una più o meno evidente dilatazione delle pupille dell’occhio.

Il cambiamento nelle dimensioni della pupilla non é, infatti, legata solo alla quantità di luce, ma anche allo stato emotivo: si espande con l’eccitazione (sia fisica che mentale) e si restringe con la distensione.

Sulla base di questa constatazione gli psicologi Katie Burkhouse, Brandon Gibb e Greg Siegle hanno ipotizzato che proprio questa variazione potesse essere manipolata per determinare il rischio di depressione nei figli di madri che soffrissero di questo disturbo.

Per accertarsene, gli studiosi hanno reclutato un campione di bambini di donne fortemente depresse e hanno misurato la dilatazione delle loro pupille mentre vedevano succedersi sul monitor di un computer dei ritratti di volti atteggiati alla rabbia, alla felicità e alla tristezza.
Dopo aver annotato il grado di dilatazione delle pupille dei bambini ai diversi stimoli, i piccoli sono stati tenuti sotto osservazione per un periodo di due anni.

Questo monitoraggio ha dato modo di constare che, a confronto degli altri, chi aveva reagito alle facce tristi aveva una probabilità significativamente più elevata di sviluppare, in questo lasso di tempo, i sintomi di una depressione clinica.

In un’intervista, Gibb ha commentato che un test del genere può essere effettuato da qualsiasi pediatra con un “equipaggiamento” piuttosto rudimentale: uno strumento per la pupillometria e delle foto che mostrino in modo chiaro la mimica facciale delle sei emozioni base (felicità, tristezza, collera, disgusto, sorpresa e paura).

Naturalmente, questo “scrupolo” dello specialista va riservato a bambini le cui madri abbiano una diagnosi conclamata di depressione e l’eventuale esito positivo non va preso come una condanna, ma come un’indizio che porti a prestare particolare attenzione ai possibili segni precoci di questa “malattia dell’anima”.

La pupilla si espande non solo in rapporto alla mimica facciale legata alle emozioni, ma agli stimoli emotivi in generale; una constatazione che ha sempre più concentrato l’attenzione degli scienziati sulla variazioni di dimensione della pupilla come indizio dei disturbi dell’umore.

Un’equipe di ricercatori dell’Università di Pittsburgh, ad asempio, ha condotto delle indaghini che mostrano che gli adulti con disturbi depressivi reagiscono con un aumento e della dilatazione della pupilla se esposto a parole “toccanti”; curiosamente, però, e a differenza di quanto emerso dallo studio precedente, ha scoperto che gli stessi stimoli su bambini e adolescenti procurano l’effetto opposto.

Guidato da Jennifer Silk, docente associato di psichiatria e psicologia presso l’Università Pittsburgh, lo studio ha coinvolto 63 bambini dagli 8 ai 17 anni. Venti di loro soffrivano del disturbo depressivo maggiore,; 21 avevano almeno un parente con una storia di depressione (per questo giudicati considerati ad alto rischio di diventare loro stessi depressi). Il resto del gruppo, invece, aveva un rischio piuttosto basso di sviluppare questo disturbo.

Scopo dello studio era verificare la risposta che i bambini davano ad una serie di parole dall’alto contenuto emotivo: in alcuni casi si trattava di espressioni negative (come “tristezza, lutto, perdita, ecc.”); in altri, positive “entusiasmo, contentezza, sorriso, ecc.”); in ultimo, neutre (“quadro, tempo, faccia, ecc.”)

Mentre le parole scorrevano davanti ai loro sguardo sullo schermo di un computer, ogni 16 millisecondi una termocamera ad infrarossi scattava un’immagine digitale dei loro occhi.

Ne é emerso che i bambini del gruppo di controllo mostravano una maggiore dilatazione della pupilla vedendo parole negative rispetto a quelle neutre o positive; ma, con grande sorpresa dei ricercatori, i partecipanti con disturbo depressivo maggiore, così come quelli ritenuti ad alto rischio di depressione, avevano un restringimento della pupilla in rapporto alle parole negative; inoltre, maggiore era la gravità dei sintomi depressivi, più le pupille tendevano a contrarsi con le espressioni negative.
La stessa reazione non si è prodotto, per contro, quando i bambini sono stati esposti a parole positive e neutre.

In una seconda fase dello studio, Seta e i suoi colleghi hanno consegnato ad ogni bambino un telefono cellulare e lo hanno chiamato 12 volte nel corso di 4 giorni. In quelle telefonate, i ricercatori hanno intervistato i bambini sui loro sentimenti e sulle loro interazioni sociali.
I bambini in cui era stata osservata una costrizione della pupilla in laboratorio, raccontavano di aver vissuto più situazione spiacevoli e di essere stati meno felici o spensierati.

Per approfondire

La Silk ei suoi colleghi hanno concluso che la dilatazione della pupilla può riflettere delle difficolare a gestire la propria emotività e quindi se ne “ritirano”.

Questa conclusione è in linea con altri studi clinici che hanno provato che
i bambini che dedicano meno risorse cognitive per l’elaborazione di emozioni negative, tendono a “ignorarle” per evitare di essere troppo coinvolti.
Un atteggiamento di questo tipo nasce dalla necessità di tutelarsi dalle delusioni e dai traumi: a lungo termine, potrebbe procurare però effetti nocivi sull’equilibrio emotivo e sulla capacità di relazionarsi.

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