Ipnosi e dolore: addio sofferenza con il “ruggito della tigre”

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L'ipnosi per trattare il dolore

L’ipnosi per trattare il dolore

di Rossella Briganti, Starbene n. 39, settembre 2015, pag 20 – intervista a Marco Pacori.

C’é chi soffre di fibromialgia, i dolori diffusi a muscoli e tendini e chi combatte il mal di schiena, nevralgie, cefalea, e la famigerata “cervicale” a colpi di antinfiammatori.

Il trattamento in questo caso é palliativo (cioé non cura le cause) e, putroppo, in alcune forme di dolore né analgesici, né altre forme di trattamento riescono a bloccare la percezione della sofferenza fisica.

Per fortuna, esiste un’alternativa priva di controindicazioni e che é in grado di risolvere dolori che non rispondono alle cure classiche: si tratta dell’analgesia ipnotica.

Questa forma di intervento viene utlizzata con buoni risultati in molte cliniche, ospedali, centri di cura e studi dentistici; da tempo all’estero e ultimamente anche in Italia.

Il trattamento con l’ipnosi si é dimostrato efficace sia nella gestione del dolore acuto, che di quello cronico: nel primo caso, viene utilizzato in varia procedure chirurgiche (ad esempio, appendicectomie, escissioni tumorali, estrazioni dentarie), nel trattamento di ustioni, nel dolore da parto, in caso di fratture e nelle cure dentistiche in gerale; specialmente con i bambini.

Quanto al dolore cronico le sue applicazioni sono molteplici: mal di testa, mal di schiena, fibromialgia, dolori neuropatici, lombalgia ecc.

Il procedimento più moderno ed efficace con cui viene indotta l’ipnosi si chiama ipnosi non verbale, come dimostra uno studio dell’Università di Padova di prossima pubblicazione su una prestigiosa rivista internazionale sull’ipnosi” spiega il Dott. Marco Pacori, psicologo e ipnoterapeuta a Gorizia.

A differenza delle tecniche induttive, fondate sulla parola, l’ipnosi non verbale utilizza vocalizzi primitivi, come l’imitazione del ruggito della tigre o altri suoni vocali come rantoli, respiro a mantice, ecc. cadenzate dai ritmi utilizzati dalle popolazioni primitive nelle pratiche di guarigione e possessione (ipnosi vere e proprie) che determinano uno stato di eccitazione in una struttura primitiva, l’amigdala, responsabile dell’istinto di sopravvivenza.

Questo rituale induttivo produce due tipi di effetti: una condizione di inerzia e di rallentamento delle funzioni vitali (battito cardiaco, respiro, ecc.) e un’alterazione della coscienza, la trance.

La prima si chiama “freezing” e, in origine, era una risposta difensiva che serve alle prede a ingannare i predatori: in sostanza, facendo finta di essere “scaduti”, cioé morti e defunti, le prede hanno una buona probabilità di non essere gradite come pasto; proprio perché percepite come carogne.

Alcuni predatori, tra cui la tigre (che é stata presa come esempio) sono in grado di indurre questa condizione a piacimento quando intende procacciarsi ilcibo: la trige emette un particolare ruggito le cui onde sonore vengono fatte vibrare con frequenze molto basse, capaci di suscitare un’intensa risposta di paura e di conseguenza il freezing: l’ipnotista imita questo suono e altri simili per suscitare la stessa reazione (ma dato che il vero valore di questi suoni viene percepito a livello subliminale – inconscio – il soggetto non si allarma).

Se da un lato assistiamo ad un’accasciamento del soggetto in conseguenza della percezione di questi vocalizzi; dall’altro, sempre dell’amigdala parte una sorta di “onda d’urto” che mette in cortocircuito (grazie ad uno stretto legame neurologico) una delle regioni più sofisticate del nostro cervello, la corteccia prefrontale (sede del pensiero critico, della coordinazione di pensiero e movimento, della capacità di pianificare il futuro e di altre funzioni molto delicate).

La messa in tilt di queste funzioni, provoca la cosiddetta trance in tempi molto rapidi e consente alle suggestioni dell’operatore ipnotico di passare in modo molto incisivo.

In questo stato di estrema passività ma anche di grande ricettività“, aggiunge Pacori, “vengono inviati messaggi subliminali che mirano a interrompere le “vie del dolore“.

Questo avviene perché si realizza una “interruzione” funzionale nella trasmissione del dolore dai centri localizzati nel midollo spinale al cervello.

Il dolore cronico (quello per cui più spesso si ricorre all’ipnosi) viaggia dai recettori localizzati nel corpo e nelle zone dolenti attraverso delle fibre a conduzione lenta (dette “fibre C”) e raggiunge una regione chiamata insula posteriore dorsale, dove avviene la consapevolezza della sensazione e dell’intensità del dolore.

Siccome il dolore é una miscela di due elementi, la dimensione fisica e quella emotiva, la percezione che ne abbiamo dipende non solo dal coinvolgimento dell’insula, ma anche del corteccia cingolata anteriore dorsale (DACC) – dove viene elaborata la paura del dolore – che é in stretta connessione della struttura cerebrale che é bersaglio dell’ipnosi: l’amigdala.

In definitiva, senza accorgersene, come durante un sogno, il paziente viene “reso insensibile” al dolore e ha un sollievo dell’ansia; così, dopo un’ora e mezza di seduta, si “risveglia” da questo pseudotorpore e si sente più libero nel corpo e nella mente: non più tormentato dai disturbi che lo assillano.

Tra le tante riceche scientifiche al riguardo, vale la pena di menzionare Una meta-analisi (un esame d’insieme degli studi condotti) di 18 richerce pubblicati elaborato da Guy Montgomery, Katherine Duhamel e William Redd, ha dimostrato che il 75% dei partecipanti clinici e sperimentali, con diversi tipi di dolore ha ottenuto sostanziale sollievo dal dolore con l’uso di tecniche ipnotiche.

In genere“, conclude Pacori, “nell’arco di 5-6 sedute si riesce a ridurre in misura notevole e, in alcuni casi, a eliminare del tutto la dose di antidolorificì e antinfiammatori».

I costi? 150 euro circa a seduta. L’ipnosi non verbale è ancora poco diffusa, ma molti medici, psicologi e fisioterapisti si stanno formando per applicarla nei prossimi mesi.