Perché teniamo la porta aperta per far passare qualcuno?

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L'altruismo paga

Essere servizievoli paga

Nella nostra vita sociale, facciamo numerose azioni in modo quasi automatico, pensando che si tratti solo di buone maniere.

Ad esempio, possiamo lasciare il posto in corriera quando sale un anziano o offrire sostegno a qualcuno che vediamo barcollare sull’autobus, oppure tenere la porta aperta, dopo averla oltrepassata, se scorgiamo una persona approssimarsi alle nostre spalle.

Proprio quest’ultimo comportamento ha attirato le attenzioni degli psicologi: si tratta solo di buona educazione, galanteria o gentilezza o l’azione nasconde motivi più profondi?

Se lo sono chiesti due team di studiosi, pubblicando gli esiti delle loro indagini rispettivamente su Psychological Science e su Frontiers in Psychology.

La prima ricerca, condotta da Joseph Santamaria e David Rosenbaum aveva l’obiettivo di comprendere se questa ” bonnes manière” celasse qualche sorta di patto non detto fra le persone.

Le ragioni che ci spingono a farlo, infatti, possono, essere molteplici: così, possiamo essere semplicemente ben educati o premurosi oppure pensare che ci porti un tornaconto (ad esempio, un uomo può mantenere la porta scostata per fare buona impressione su una bella ragazza o su un superiore), ecc.

Potrebbe, però, anche trattarsi di una convenzione sottintesa, per cui se qualcuno si trova a un passo da noi gli teniamo la porta, mentre se é più indietro no: proprio partendo da una supposizione di questo tipo, i due studiosi hanno messo a punto un esperimento.

Per verificare la loro ipotesi, i ricercatori hanno filmato 148 persone che superavano una porta e hanno analizzato la condotta di chi passava e di quelli che seguivano.

L’esame dei filmati ha suffragato la loro idea: infatti, si é osservato che più era lontana la persona che seguiva, meno era probabile che la porta venisse tenuta aperta; non contava invece che dietro ci fossero una o più persone.

Tuttavia, se a seguirlo c’era una coppia o un gruppo, chi passava tendeva a tenere la porta spalancata per un tempo maggiore rispetto a quando dietro c’era una persona sola.

Il tempo impiegato nel tenere la porta era legato al comportamento di chi seguiva: se quest’ultimo prendeva a camminare in modo più lesto, la porta veniva spalancata più a lungo rispetto a quelli che mantenevano inalterata l’andatura.

Questo accadeva se dietro c’era un’unica persona, mentre se ce n’erano due, queste continuavano a camminare allo stesso passo: come dire che “l’unione fa la forza”; il gruppetto, infatti, faceva lo stesso effetto di qualcuno che, solitario, apparisse più spedito.

La ragione di questo comportamento non sarebbe la cortesia, ma una specie di “contratto collettivo” implicito cui si aderisce per minimizzare gli sforzi: in altre parole, uno tiene la porta aperta nell’attesa che anche altri facciano lo stesso al suo posto e lo fa “più volentieri” se chi sta dietro affretta, dimostrando così di aver apprezzato il gesto.

Il fatto che questa “gentilezza” sia spesso contraccambiata farebbe supporre che chi riceve il favore mostri riconoscenza: eppure, non sempre chi riceve questa premura ringrazia,

Proprio per capire quando e perché succede, un’equipe di neuroscienziati del Brain and Creativity Institute hanno messo a punto una serie di disegni sperimentali.

Partendo dall’idea che il fatto di ringraziare o meno possa dipendere dallo sforzo che ci mette chi tiene la porta aperta, i ricercatori hanno elaborato tra condizioni: una in cui, chi lo faceva ci metteva un impegno minimo; una in cui lo faceva con visibile sforzo e una di controllo: per impersonare i diversi ruoli sono stati reclutati 120 partecipanti, divisi equamente tra le diverse condizioni.

La location dello studio era un edificio a vetri, cosicché chi apriva la porta poteva vedere chi arrivava.

Chi rivestiva i panni della persona “zelante” veniva istruito a guardare, anche se non direttamente, in direzione di chi si approssimava all’uscita, ad aprire la porta quando quest’ultimo si trovava a circa tre metri, a sorridergli e a incrociare il suo sguardo.

Per contro, chi apriva la porta con noncuranza, portava lo sguardo al telefonino, come a controllare gli sms e manteneva il volto inespressivo; in ultimo, i partecipanti di controllo facevano un passo verso la porta, ma senza aprirla.

L’analisi dei risultati ha dimostrato che quando uno mostrava impegno a tenere la porta aperta riceva un grazie 4 volte più spesso rispetto a chi lo faceva in modo “svogliato”.

Nella seconda fase dello studio, veniva aggiunta una variante: chi apriva la porta aveva in mano una scatola e, dopo aver fatto il bel gesto, faceva finta che gli scivolasse di mano, spargendo le penne per terra. Anche qui venivano replicati i tre differenti ruoli.

Per approfondire

Il risultato di questo approfondimento ha dimostrato che le persone cui veniva aperta la porta, erano più inclini ad aiutare il volontario a raccoglierle se questo era cordiale e premuroso.

La morale di questa indagine è che: “piccoli favori possono avere un’influenza considerevole sul nostro comportamento, istillandoci l’idea di avere una sorta di debito morale da saldare…anche con un semplice – grazie –,” ha commentato lo psicologo Glenn Fox, principale autore della ricerca.