“Tanto io non ci casco” … la resistenza all’ipnosi

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Il soggetto può resistere

Il soggetto può opporsi

L’ipnosi, a volte, può anche non riuscire; il soggetto può ad esempio opporsi, mostrarsi rigido, guardingo, reticente o circospetto.

Queste resistenze possono essere indipendenti sia dalla capacità del soggetto di andare in ipnosi, sia dall’abilità dell’ipnotista ad indurla.
La resistenza più comune all’ipnosi è dettata dalla paura: timore di rivelare segreti, di affidarsi totalmente ad un altro; paura di fare o subire cose che non si vorrebbero.

Questa forma d’opposizione può essere superata, o per lo meno mitigata, facendo prima un colloquio chiarificatore, dalla rassicurazione di altre persone che abbiano provato l’esperienza, dalla ripetizione di più sedute successive e da un atteggiamento professionale, esperto e deciso dell’operatore.

La prima volta che una persona si sottopone ad ipnosi, mostra di solito un innalzamento dello stato d’allerta; alcuni individui, nonostante le premesse del colloquio, vivono l’ipnosi come una sfida, uno scontro di volontà e ce la mettono tutta a non farsi ipnotizzare.

La resistenza può dipendere dal fatto di aver vissuto precedenti esperienze negative con l’ipnosi o al fatto di associarle, coscientemente o inconsciamente, a vissuti analoghi: ad esempio, se l’individuo ha rischiato la vita a causa di un’anestesia generale, se è andato in coma o se teme di perdere i sensi. Le associazioni possono essere a volte anche più tortuose: ad esempio, l’individuo può inconsciamente paragonare l’ipnosi al sonno e il sonno alla morte.

Una ricerca degli psicologi americani Jennie Tsao e Michelle Craske ha messo in luce poi che chi soffre di attacchi di panico teme, se sottoposto ad un’induzione ipnotica, di perdere il controllo vigile, specie se il la crisi d’ansia viene vissuta soprattutto durante il sonno.

Dato che questo timore, seppure in maniera più modesta, è piuttosto comune, Irvin Kirsh e Antonio Capafons suggeriscono, che prima dell’ipnosi l’ipnotista abbia un colloquio con chi verrà ipnotizzato, di non proporre l’ipnosi come uno stato di alterazione della coscienza o di trance; descriverla in questi termini, commentano, può indurre alcune persone a dimostrarsi riluttanti a provare l’ipnosi; per altro, dipingere l’ipnosi in questo modo può suscitare paura e inibire le risposte anche di chi, di suo, non è spaventato dall’ipnosi e abbia e sia motivato a collaborare.

Lo psicologo Steven Lynn assieme ad altri colleghi ha dimostrato che se uno è convinto è viene indotto a pensare che l’ipnosi porti alla trance, la sua valutazione dell’esperienza ipnotica potrà essere deludente, proprio perché le sue aspettative sono eccessive.

Sempre Lynn insieme a Holly Vanderhoff, Kelley Shindler e Jane Stafford, in una ricerca, ha rilevato che i partecipanti ad un esperimento di ipnosi cui era stato suggerito che l’ipnosi corrispondeva ad uno stato di trance (in cui lo stato di coscienza era intensamente modificato) riportavano risultati più modesti rispetto a chi veniva portato a pensare che richiedesse una certa collaborazione.

La reticenza all’ipnosi può essere anche legata a sentimenti, sensazioni, pensieri riferiti all’ipnotista o alla sua condotta che il soggetto non vuole o non ha modo di menzionare.

Un metodo per ovviare alle resistenze, è l’applicazione di forme d’induzione e di suggestioni indirette, o l’uso del pilotaggio non verbale del comportamento del soggetto che esamineremo più avanti.

In alcuni casi, può essere sufficiente ridefinire l’ipnosi “rilassamento” per tranquillizzare il soggetto ed ottenere maggiore collaborazione. Se capita di incappare nella resistenza, può anche succedere che ci sia compiacenza; ovvero la tendenza ad assecondare il volere dell’operatore.

In alcuni casi si tratta di condiscendenza volontaria, perché il soggetto ha mal compreso le istruzioni o perché ha bisogno di sentirsi approvato dall’operatore. In altri è invece, una sorta di “mano” che il soggetto porge spontaneamente all’operatore.

Gli individui altamente ipnotizzabili sono stati tradizionalmente considerati come distaccati e dissociati dal controllo del comportamento.

Recenti indagini, hanno dimostrato invece che, per una sorta d’intensa complicità, questa categoria d’individui contribuisce attivamente a generare le suggestioni richieste. Ciò non toglie che comunque le loro risposte siano genuinamente ipnotiche.

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