Lo stress rende il cervello “striminzito”

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Lo stress "cuoce" il cervello

Lo stress “rinsecchisce” il cervello

Lo stress é una bella gatta da pelare: può renderci ansiosi, metterci di malumore o deprimerci; può inibire le nostre facoltà mentali e perfino logorare le nostre forze.

Una nuova ricerca mette in luce il lato più oscuro dell’avere i “nervi a fior di pelle”: può modificare la morfologia del sistema nervoso centrale.

È quanto hanno provato Carla Nasca, Danielle Zelli e Benedetta Bigio e altri studiosi della Rockefeller University.

Dal momento che la struttura cerebrale maggiormente coinvolta nella risposta allo stress é l’amigdala (il cuore del cervello emotivo), l’attenzione dei ricercatori si è concentrata proprio su questa regione. L’amigdala é un aggregato di nuclei, in cui distinguiamo un nucleo mediale, uno laterale e uno basolaterale.

Per appurare cosa succede in questi aggregati di neuroni quando si é frustrati o sotto pressione l’equipe ha usato un gruppo di topi, sottoponendoli ad un forte stress: in pratica, in un arco di 21 giorni venivano rinchiusi, senza nessuna ragione e per tempi variabili, in degli spazi angusti.

In seguito, hanno testato i topi per vedere se le loro reazioni e i loro comportamenti erano cambiati: per esempio, facevano attenzione a eventuali segni di “depressione”, come evitare i contatti sociali o mancanza di appetito.

In una fase successiva hanno analizzato il cervello roditori “stressati” e, in particolare, hanno esaminato l’aspetto dei neuroni delle tre regioni dell’amigdala.

Hanno così appurato che le cellule nervose dell’amigdala mediale apparivano come “infeltrite”. Più precisamente, le ramificazioni dei neuroni o dendriti (una specie di filamenti attraverso cui si propagano le trasmissioni elettriche o biochimiche) risultavano “rinsecchite”.

Dopo questa constatazione, gli psichiatri hanno ripetuto l’esperimento, ma stavolta somministrando ai topi acetil-L-carnitina, un molecola, attualmente in fase di studio (e usata fin’adesso come integratore dietetico nel trattamento delle vasculopatie cerebrali) che sembra dare risultati incoraggianti per il suo potenziale come antidepressivo ad azione rapida.

I topi “carburati” con questa sostanza se la cavano decisamente meglio rispetto ai loro “sfortunati” predecessori: si riprendevano bene e in breve dal trauma e, soprattutto, i loro dentriti rimanevano integri.