L’amnesia postipnotica

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Suggestione post-ipnotica

Avere un nome sulla punta della lingua, un vuoto di memoria o dimenticare un appuntamento, anche importante, sono esperienze piuttosto comuni nella vita di ogni giorno.

A chi, infatti, non é successo di pensare ad una persona, o di incrociarla, sapere di conoscerla benissimo, ma non ricordarne il nome o di andare in una stanza della casa con lo scopo di prendere qualcosa e, una volta passata la soglia, non ricordare più cosa cercavamo?

Secondo Freud, in alcuni casi, queste dimenticanze possono nascondere un’intenzione di cui siamo inconsapevoli: ad esempio, possiamo perdere “sbadatamente”, un regalo sgradito proprio perché l’impulso é di disfarcene.

Con l’ipnosi é possibile provocare queste “smemoratezze” a “comando”: in questo caso, parliamo propriamente di amnesia post-ipnotica.

Sostanzialmente, si tratta di un’istruzione specifica, data sotto ipnosi, in cui la persona non é in grado di recuperare un’informazione (il proprio nome, ricordare il posto in cui era seduto in una sala, dove ha messo il portafoglio, ecc.) finché non riceve un segnale di reversibilità (una specie di “contrordine”).

Alcuni studiosi hanno interpretato l’amnesia ipnotica è come un tentativo deliberato per evitare di pensare a determinate idee o pensieri.

Quando la persona è lucida, tuttavia, cercare di sopprimere volontariamente certe idee provoca l’effetto opposto: cioè, tornano inevitabilmente ad affiorare alla mente.

Con un esperimento gli psicologi Kenneth Bowers e Erik Woody hanno appurato che questo non accade se l’amnesia é indotta con l’ipnosi.

Secondo i ricercatori Thomas Davidson e Kenneth Bowers, che hanno esaminato il fenomeno sperimentalmente, l’amnesia post-ipnotica rappresenta un “guasto” nelle strategie di recupero di un ricordo piuttosto che un tentativo andato a segno di dimenticare.

Questa loro conclusione sembra ora dimostrata da un nuovo studio di Avi Mendelsohn, Yossi Chalamish e Yadin Dudai che ha fatto uso della fMRI (risonanza magnetica funzionale).

Per prima cosa, gli studiosi hanno selezionato due gruppi: uno con grande suscettibilità ipnotica e uno scarsamente ipnotizzabile.

Quindi, hanno mostrato entrambi i gruppi un documentario che illustrava un giorno nella vita di una giovane donna.

Una settimana dopo, hanno ipnotizzato i soggetti e li hanno messi sotto uno scanner per rilevare la loro attività cerebrale.

In questo stato, ai soggetti é stata data una suggestione post-ipnotica perché dimenticassero il film; dando loro anche modo per recuperare la memoria in risposta ad uno specifico stimolo (es. schioccare le dita).

Una volta riportati i soggetti allo stato vigile, è stato chiesto loro se ricordassero il documentario.

Come previsto, il gruppo dei soggetti più ipnotizzabili aveva difficoltà a riportare a mente il filmato o, non lo ricordava del tutto. La reazione degli altri era invece più modesta o non si era verificata.

L’analisi delle scansioni cerebrali scattate durante la verifica del “comando” post-ipnotico amnesia ha messo in luce nette differenze tra i due gruppi: in quello dei soggetti “refrattari” non si erano riscontratio cambiamenti apprezzabili.

Diverso era invece il discorso per l’altro gruppo. L’attività In chi aveva “perso la memoria” era stata rilevata una riduzione dell’attività cerebrale di diverse aree: in particolare, nella regione extrastriata della corteccia occipitale (un aerea dove vengono elaborate le informazioni visive in movimento), del lobo temporale sinistro (specializzato nel dare un nome alle cose e alle esperienze).Per contro, era stata riscontrato un aumento dell’attività della corteccia prefrontale rostrolaterale, nota come area dell’incertezza.

In seguito al segnale con cui gli sperimentatori toglievano l’incantesimo, queste stesse regioni tornavano in “vita”.

Complessivamente, l’esito dimostra che più che un vuoto, nell’amnesia il soggetto ha difficoltà a organizzare le idee e a trovare le parole per esprimerle.

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