Per un “pugno” di zucchero: la dipendenza da dolci

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I dolci sono come una droga

Chiunque di noi si sarà ritrovato, dopo un’esperienza triste, frustrante o deludente a mangiare un vaschetta di gelato, un pacco di biscotti o una barretta di cioccolato.

È forma di consolazione molto comune e non si tratta di un conforto illusorio, ma dell’effetto dello zucchero sulla stessa regione cerebrale responsabile della dipendenza da eroina.

Quando lo zucchero entra nel circolo sanguigno, stimola, infatti, il rilascio nel cervello di una sostanza chimica chiamata dopamina; una molecola che da un senso di benessere bene. Il sollievo però, é di breve durata.

Se la il malessere che si cerca di placare con i dolci é profondo, si prova l’impulso a sopprimerlo continuando a mangiare.

Ad un certo punto, poi, la ricerca del piacere può prendere il sopravvento, motivando l’individuo a rimpinzarsi, incurante dei segnali di sazietà che provengono dallo stomaco e dal cervello.

In questa svolta gioca un ruolo chiave la dopamina, il cui “approvvigionamento” diventa un bisogno primario.

Antonio Colantuoni, Pedro Rada, Bruce Ladenheim e altri neuroscienziati inglesi, lavorando con i topi, hanno dimostrato che una dieta a base di zuccheri può provocare una vera e propria dipendenza, come quella da cocaina.

Per provarlo, hanno effettuato una sperimentazione che ha coinvolto 12 topi, ai quali é stata somministrato dei pasti, cui é stata aggiunto una soluzione zuccherina con la concentrazione del 25% di glucosio. Questo regime veniva mantenuto per 12 ore, mentre nelle successive 12, il “rancio” tornava quello solito.

Ne è emerso che in 10 giorni i roditori hanno raddoppiato la loro dose di cibo zuccheroso e che la voracità di “melassa” era massima nella prima ora in cui venivano nutriti era massima.

Dopo un mese di questo trattamento, é stato esaminato il cervello dei ratti è messo a confronto con quello di altrettanti topi tenuti a regime standard.

Sono così state rilevate microscopiche, ma significative differenze: ad esempio, ê stato riscontrato un incremento di particolari recettori della dopamina (D-1) con effetto stimolante nel nucleo accumbens (il fulcro del cosiddetto “circuito della ricompensa” e nel mesencefalo (una struttura coinvolta nella motivazione).

Inoltre, é stata rilevata una maggiore sensibilità agli oppiacei nella corteccia cingolata (una regione implicata nella percezione del conflitto, “di quel qualcosa che non torna”), nell’ippocampo (i cui si formano e di condolidano le memorie), nel nucleo ceruleo (una parte del cervello in cui, l’elevata presenza di recettori agli oppiodi, amplifica le sensazioni corporea e la loro integrazione e, per questo, é sensibile alle sostanze che amplificano la percezione, come gli allucinogeni) e nella conchiglia del nucleo accumbens (una sezione di quella struttura che gioca un ruolo chiave nelle dipendenze).

Esperimenti di questo tipo sono stati condotti solamente sui topi, ma gli scienzati ritengono che le stesse conclusioni si possono applicare all’essere umano.

Lo studio che abbiamo illustrato trova, per altro, supporto in numerose altre ricerche, ma vale la pena di citare un nuovo studio condotto presso la Queensland University of Tecnology da Masroor Shariff, Maryka Quik, Selena Bartlett, assieme ad altri colleghi, che aggiunge un dettaglio inedito al riguardo.

In breve, l’indagine dimostra che la dipendenza da zuccheri e quella da nicotina possono condividere substrati biochimici comuni.

Nello specifico, entrambe le sostanze attivano i recettori neuronali della acetilcolina nicotinica (nAChRs).

Gli autori dello studio hanno osservato che la somministrazione di Varenicline, (molecole agonista della nAChRs) procura una riduzione sia del desiderio di nicotina (e i sintomi da astinenza) , sia una diminuzione del consumo di zucchero nelle cavie.

Il motivo per cui il cibo “goloso” risulta così appetibile non é dovuto solamente alle modificazioni biologiche osservate nel cervello.

In questa percezione ha un peso non indifferente l’impatto sull’intestino (un secondo cervello a tutti gli effetti, con i suoi 150.000 di neuroni) degli acidi grassi (ingredienti immancabili dei dolci – ad esempio, il ben noto “olio di palma” della Nutella) e della stretto e vicendevole influenza delle viscere sul sistema nervoso centrale).

La prova ci viene da una sperimentazione condotta da un’equipe belga, guidata dal gastroenterologo Lukas Van Oudenhove.

Questi studiosi hanno reclutato 12 partecipanti, distribuendoli in due gruppi pari e omogenei: il primo, sperimentale; il secondo, di controllo.

Per prima cosa, gli scienziati hanno provveduto a monitorare l’attività cerebrale con l’fMRI (risonanza magnetica funzionale) per tutta la durata dello studio.
Dopo circa 10 minuti, ai soggetti é stato introdotto un sondino che, infilato dal naso, veniva fatto scorrere fino allo stomaco; scopo di questa manovra era di far assimilare loro delle sostanze nutritive, senza coinvolgere il senso del gusto.
attraverso il sondino alcuni ricevevano una miscela di acidi grassi; altri una soluzione fisiologica.

Successivamente, ai volontari sono state fatte sentire della musica classica e vedere delle scene, sia dal tenore neutro sia malinconiche (l’obiettivo era di influenzare il loro stato d’animo).

Dopo la stimolazione emotiva, i soggetti sono stato invitati a completare un questionario in cui dovevano specificare se avessero provato fame, nausea o gonfiore addominale ed, eventualmente, la misura in cui l’avessero sentito. Inoltre, dovevano indicare quale fosse il loro stato d’animo.

Né é emerso che la sensazione di appetito aumentava durante la visione o l’ascolto di stimoli tristi e diminuiva quando le rappresentazioni presentate erano neutre: questo dimostra che, quando ci si sente sconsolati, si avverte veramente un senso di fame che porta a colmare con il cibo il “senso di vuoto”.

Questo effetto, però, veniva annullato dall’ingestione di acidi grassi; in sostanza, il sollievo é reale e deriva da una percezione di una sensazione di pienezza.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

L’fMRI ha, poi, messo in luce che l’effetto dell’infusione di grassi sulle emozioni attivava una serie di strutture cerebrali (il ponte – alla base
del cranio – coinvolto nell’espressione facciale; il mesencefalo – che
svolge un ruolo importante nella percezione del dolore; l’ipotalamo
sede della memoria; il talamo – che contribuisce all’assegnare un valore emotivo delle sensazioni somatiche, il putamen, la corteccia cingolata anteriore pregenuale e la corteccia cingolata anteriore: tutte aree coinvolte nella risposta emotiva.