La sindrome da intestino irritabile modifica il cervello

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Cervello e intestino

Capita a tutti, quando siamo nervosi, frustrati o preoccupati di non riuscire a buttare giù nemmeno un boccone oppure di mangiare voracemente e senza appetito; o, ancora, di avvertire fitte, brontolii o tensione all’addome.

C’è però chi questi sintomi li vive quotidianamente: in questo caso, si tratta di una patologia cronica nota come sindrome dell’intestino irritabile (IBS): uno dei più comuni disturbi funzionali dell’apparato gastroenterico.

Si stima che, in occidente, ne soffra il 10-15% dell’intera popolazione: praticamente, ce l’hanno 1 o 2 persone su dieci.

L’IBS è caratterizzata da costipazione, diarrea o entrambi e accompagnata da crampi, dolore addominale e gonfiore.

L’occorrenza di questi sintomi si associa abitualmente a disagio psicologico: stress, insofferenza, difficoltà di concentrazione, sbalzi d’umore sono molto frequenti in chi ne afflitto; ma, specie se il disturbo è particolarmente invalidante e duraturo, le conseguenze emotive sono ben peggiori: ansia e depressione.

Si tratta di un disturbo psicosomatico per eccellenza: non solo, dolore, spasmi e fastidio allertano le strutture verbali coinvolte nella risposta allo stress (come può succedere con un mal di schiena o con una cefalea), ma é lo stesso intestino che inviando messaggi chimici e nervosi altera direttamente la funzionalità e l’efficienza delle strutture cerebrali.

Questo grazie al fatto che l’apparato gastroenterico possiede una fitta e “popolosa” trama di neuroni, che lo rendono, a tutti gli effetti, un cervello secondario.

Ora, una nuova ricerca condotta da Jennifer S. Labus, Emily Hollister, Emeran Mayer
e altri medici ha fornito la dimostrazione scientifica che un’infiammazione cronica dell’intestino può generare dei veri e propri cambiamenti morfologici nella corteccia cerebrale.

La recente indagine ha dato modo di accertare, infatti, che l’IBS si associa, ora a diminuzioni, ora ad aumenti della densità di materia grigia in aree chiave del cervello, coinvolte nell’attenzione, nella regolazione delle emozioni, nell’inibizione del dolore e nella percezione delle sensazioni viscerali.

Per mettere in luce queste anomalie anatomiche, i ricercatori si sono avvalsi di tecniche di imaging cerebrale, esaminando il cervello di 29 pazienti affetti da IBS e 23 soggetti di controllo.

Gli “ammalati” lamentavano una gravità moderata della sindrome intestinale, e una durata del disturbo che variava da uno a 34 anni. L’età media dei partecipanti era di 31 anni.

Il confronto tra i cervelli dei soggetti sani e di coloro che soffrivano della patologia ha messo in evidenza che questi ultimi mostravano delle alterazioni di aree encefaliche coinvolte in funzioni cognitive e valutative, inclusi la corteccia parietale posteriore (coinvolta nella percezione del dolore) e prefrontale (la cui funzione principale è stabilire la priorità tra gli stimoli percepiti o pensati) e l’insula posteriore, che rappresenta il canale d’ascolto primario delle informazioni sensoriali dal tratto gastrointestinale.

I cambiamenti nella materia grigia dell’insula posteriore sono particolarmente significativi, commenta David Seminowicz, primario al Centro Alan Edwards per la ricerca sul dolore presso la McGill University, perché spiegano perché chi é affetto da questo disturbo, lo avverta in modo così doloroso: la sua insula (l’area del cervello che fa affiorare alla consapevolezza le sensazioni interiori del corpo) è più densa del normale e per questa ragione i segnali provenienti dall’intestino vengono avvertiti con la stesso “volume” di una voce amplificata da un megafono.

Per approfondire
Il Linguaggio Segreto dei Sintomi

Parallelamente, é stato riscontrato un minor spessore di materia grigia in regioni cui spetta il compito di decidere a quali sensazioni viscerali prestare attenzione, come il talamo (il primo filtro del cervello) o il mesencefalo (coinvolto nella motivazione).

Per altro, un’analoga anomalia è stata identificata nella sostanza grigia periaqueduttale che ricopre un ruolo cruciale nella soppressione del dolore, e che, proprio perché più “rarefatta”, non riesce ad adempiere al proprio compito.

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