L’ipnosi non verbale sotto la lente delle neuroscienze

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Un nuovo modo di intendere l’ipnosi nato dalla coniugazione delle moderne scoperte delle neuroscienze e degli antichi rituali di induzione della trance.

L’ipnosi non verbale nasce per trovare una nuova strada nell’induzione ipnotica. Le tecniche tradizionali inducono la trance tramite visualizzazioni che portano ad un rilassamento progressivo della muscolatura e, successivamente, ad un offuscamento dello stato di coscienza.

Questi modelli però funzionano solo su chi ha una particolare predisposizione all’ipnosi, nota come ipnotizzabilità: purtroppo solo circa il 10% possiede questa capacità appieno; il 50% ha un’abilità media e il resto scarsa.

Per ovviare a questo limite, siamo andati a vedere cosa succede nel cervello di chi é altamente ipnotizzabile; l’elemento cruciale che accomuna queste indagini é stato nell’identificare una cambiamento fondamentale: una regione del cervello responsabile dei processi cognitivi più complessi, il complesso della PFC, corteccia prefrontale viene “disarcionata”, con la conseguenza di deteriorare le capacità di giudizio e di organizzare il pensiero.

Tra queste ricerche vale la pena di citare uno studio dei neuroscienziati William McGeown, Giuliana Mazzoni, Annalena Veneri e Invin Kirsh, che con l’uso della fMRI (risonanza magnetica funzionale) e della coerenza EEG (la misura dell’ordine dell’attività elettrica cerebrale) hanno messo in evidenza che i soggetti particolarmente recettivi, nel corso di una sessione di ipnosi, mostrano una riduzione dell’attività di numerose aree della regione prefrontale, in particolare la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale dorso laterale.

Analogamente, una ricerca degli psichiatri Vera Ludwigab, Jochen Seitz, Carlos Schönfeldt-Lecuona, assieme ad altri colleghi, ha dimostrato che lo stato di “passività” motoria tipico dell’ipnosi é dovuto proprio ad uno stato di ipo-attività delle regioni frontali.

Per altro, proprio un funzionamento rudimentale o ridotto della corteccia prefrontale é responsabile di un elevato stato di suggestionabilità, una condizione cruciale perché l’ipnosi sia efficace.

La suggestionabilità viene definita dagli psicologi Peter Halligan e David Oakley come una forma di ideazione e credenza che, presa come vera, ha la capacità di esercitare profondi cambiamenti sull’umore, sui pensieri, sulle percezioni e sui comportamenti di una persona.

La regione prefrontale della corteccia cerebrale umana sembra svolgere un ruolo chiave nella suscettibilità alle suggestioni, commmentano gli psicologi Erik Asp, Kennet Manzel, Bryan Koestner e Daniel Tranel sulla rivista “Frontiers of Neurosciences“,

I bambini, in cui il complesso prefrontale é ancora in via di sviluppo, sono più suscettibili alla suggestione, sottolineano gli psicologi Maggie Bruck e Stephen Ceci. Parallelamente, gli anziani, in cui l’invecchiamento spesso provoca un’atrofia della corteccia prefrontale sono più “creduloni” e influenzabili aggiungono Gillian e Dorothy Faulkner.

Individuato, quindi,”l’interruttore” della condizione ipnotica, ci siamo resi conto che il modo più efficace per spegnerlo era giocare di sponda (un po’ come giocare a biliardo, in cui invece di buttare una palla in buca, se ne colpisce un’altra che, a sua volte, butta le altre palle in buca), cioé usare una delle sue funzioni per metterla in tilt.

In pratica, ragionando sulle connessioni della corteccia prefrontale, abbiamo costato che il nostro pallino poteva essere una regione cui la prima é strettamente intrecciata: l’amigdala, (il cosiddetto cervello emotivo). Tra le funzioni del complesso prefrontale c’é, infatti, l’inibizione dell’impulsività, che nasce appunto nell’amigdala.

Questo ruolo della PFC porta a frenare le reazioni emotive esagerate, ma rende la corteccia prefrontale vulnerabile quando l’emotività prende il sopravvento.

la situazione più eclatante che determina uno scompenso delle funzioni cognitive sono le fobie, cioé la paura immotivata di ragni, topolini, piccioni e via dicendo. Al riguardo, uno studio degli psicologi Andrea Hermann. Axel Schäfer, Bertram Walter ha messo in luce che in chi soffre di fobia dell’ago, si osserva una drastica riduzione dell’attività della mPFC, corteccia prefrontale ventro mediale, (cruciale nella regolazione della reazione emotiva) quando assiste a foto di iniezioni o di dita in cui sono conficcate schegge.

Un’altro studio sempre condotto con l’fMRI dagli stessi ricercatori su soggetti con fobia dei ragni ha dimostrato che in questi ultimi, esposti a immagini di aracnidi, mostravano anche qui una riduzione della mPFC e un potenziamento dell’attività dell’insula (che porta alla coscienza le sensazioni viscerali).

Proprio prendendo spunto da quanto accade nelle fobie, si é pensato di reinvetare l’ipnosi replicando il processo delle fobie. In altre parole, l’obiettivo era produrre un’eccitazione emotiva così alta nell’amigdala da paralizzare le funzioni della corteccia prefrontale.

Per ottenere questo risultato abbiamo preso spunto da due fonti di ispirazione:
– le forme rituali di induzione della trance praticate dalle popolazioni primitive;
– il comportamento di alcuni predatori, che hanno trovato modo di volgere a loro vantaggio una reazione difensiva degli animali, la tanatosi (più nota come “finta morte”).

Nei cosiddetti rituali di esorcismo o di possessione, le tribù primitive, invece di rilassare, provocano nel soggetto uno stato di parossismo emotivo: con pratiche come un ballo sfrenato, l’iperventilazione, lo scuotimento della testa, ma soprattutto con il ritmo delle percussioni.

Gilbert Rouget, antropologo e uno dei massimi esperti delle forme arcaiche di induzione della trance, scrive che “L’accelerazione del tempo – dei tamburi – viene universalmente utilizzata per provocare la trance […] il crescendo viene ottenuto, non solo aumentando l’intensità del suono, bensì avvicinando la fonte al destinatario della musica“.

In tempi recenti, gli psicologi Nicolas Escoffier, Christoph Herrmann e Annett Schirme hanno messo in luce che il ritmo musicale ha una proprietà unica: quella di sincronizzare ampie regioni del cervello, cioé di far sì che le oscillazioni di una vasta popolazione neuroni si uniformino al ritmo della musica. In sostanza, é come se un plotone di soldati marciasse con lo stesso passo: se lo fa uno di loro lo si sente appena, ma le fanno in 100 si sente un boato.

E’ questo, verosimilmente, il motivo per cui i ritmi dei tamburi dei primitivi ha la capacità di indurre la trance: il crescendo attira l’attenzione dell’amigdala perché ricalca il processo dell’eccitazione emotiva. Poi, più il ritmo si fa incalzante, “rumoroso” e serrato, maggiore é il numero di neuroni che si sincronizzano: quando quest’attività raggiunge una certa soglia provoca, di rimbalzo, una sorta di onda d’urto che mette in “cortocircuito” la PFC.

Per potenziare l’effetto, si é escogitato un’altro stratagemmma; questa volta prendendo ispirazione da un fenomeno che si osserva in natura e che si produce proprio in conseguenza di un’elevato stato di attivazione dell’amigdala: la cosiddetta “ipnosi animale (premesso che gli animali non sono ipnotizzabili perché manca loro la corteccia prefrontale o ce l’hanno in forma rudimentale). E’ quanto fanno alcuni predatori per “procurarsi un pasto caldo” con il minimo sforzo.

Quando una preda é troppo vicina ad un predatore, la prima non può scappare né combattere; le resta così un’unica possibilità di scampo: fingersi morta. Questo perché i predatori preferiscono ignorare le carogne.

Questo comportamento, governato da una stretta interazione di tre strutture cerebrali (in prima battuta, l’amigdala e poi la sostanza grigia periaquedale e il collicolo superiore) procede per passi successivi: si va da un’immobilità volontaria, ad una paralisi, all’immobilità tonica (caratterizzata da un aumento della pressione e del battito cardiaco, cioé il freezing); alla quiescenza: una condizione, in cui l’animale perde totalmente il tono muscolare (che diventa flaccido) e le funzioni vitali vengono ridotte.

Se non ché, come avevamo anticipato, alcuni predatori hanno trovato il modo di ritorcere contro le stesse prede questa strategia: quello che ha trovato la contromisura più efficace é la tigre, che emettendo un particolare tipo di ruggito, “rade al suolo” tutti gli animali che si trovano nel raggio di un Km.

Questo curioso fenomeno, é stato studiato dagli etologi che, analizzando le frequenze sonore del ruggito hanno individuato il motivo di questa reazione: a indurre gli animali a buttarsi a terra e simulare la morte, sono delle frequenze sonore molto basse (per lo più infrasuoni, cioé suoni che non sono udibili dall’orecchio umano, se non come vibrazioni) che hanno una grande capacità di propagazione nello spazio, ma che grazie alla vibrazione inducono uno stato di terrore nelle prede, che “reputano” che la reazione più adeguata sia proprio quella di “stramazzare al suolo”.

Come ben sanno ammaestratori di tigri e guardiani degli zoo, l’essere umano é tutt’altro che immune a questo vocalizzo e, sentendolo, si pietrifica.

A quel punto, il passo successivo é stato unire i due elementi: fare dei vocalizzi simili a quelli dei predatori (sono sufficienti ad “ingannare” l’amigdala, che non ha capacità di giudizio, ma agisce in modo istintivo) cadenzandoli con i ritmi delle forme tribali di induzione della trance.

Il soggetto, come nell’ipnosi dinamica di Stefano Benemeglio, viene messo in piedi, in posizione rilassata ed é invitato a non parlare e a non muoversi.

Qui, si aggiunge l’ingiunzione di fissare con molta intensità un punto sulla parete davanti a sé; l’ipnotista si pone al suo fianco e, dopo aver messo la mano destra davanti alla fronte del soggetto e la sinistra dietro la nuca, comincia a produrre dei vocalizzi.

La fissazione serve a distrarre il soggetto dai piccoli movimenti che l’ipnotista fa con la mano destra ricalcando le oscillazioni spontanee che il soggetto produce in risposta ai vocalizzi (la prima reazione é l’impulso alla fuga – che però viene inibito dalla richiesta di restare fermo) e al fatto che per mantenere l’equilibrio deve necessariamente fare degli aggiustamenti posturali.

La mano sinistra serve a indurre un senso di calore (la nuca é molto sensibile al calore) che il soggetto avverte come una spinta.

In breve, chi viene ipnotizzato si ritroverà a barcollare ed esibirà una serie di alterazioni fisiologiche e motorie della regione dell’occhio: vibrazione delle palpebre, fissità dello sguardo, rotazione dei bulbi oculari, strabismo, ecc. Queste reazioni sono il segno esteriore del cortocircuito della corteccia prefrontale; infatti, quando quest’ultima va in “tilt”, determina un “dissesto” del campo visivo supplementare (una regione che si trova sopra il margine superiore della PFC) che, attraverso la mediazione della formazione paramediana pontina, una struttura alla base del cervello, controlla il movimento coniugato dei muscoli extraoculari (quelli che muovono l’occhio nelle diverse direzioni): quando non c’è più la PFC a “tirare i fili” si osservano delle anomalie; quanto più ce ne sono e sono accentuate, tanto maggiore é la disattivazione della corteccia prefrontale.

Ad un certo punto, il soggetto, chiude gli occhi e perde il tono muscolare, cadendo a terra come tramortito: in quel momento, é nella condizione ottimale per essere suggestionato!

Per approfondire: Corso di Ipnosi non Verbale ® e Master in Ipnosi non Verbale ®.