Un guizzo degli occhi rivela quando la “lampadina” ci si accende in testa

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Le pupille rivelano il pensiero

Gli occhi, con la loro mobilità, espressività e colore sono la parte del corpo che maggiormente cattura la nostra attenzione.

Al loro centro, c’è una specie di diaframma che si dilata o si restringe in relazione all’intensità della luce. Gli studiosi si sono accorti ben presto che questa funzione fisiologica era solo uno dei motivi per cui la pupilla cambia diametro.

Si é, infatti, stato scoperto che la pupilla é più o meno “aperta” anche quando siamo sessualmente eccitati, attratti da qualcuno, interessati a qualcosa o quando proviamo un’emozione e, perfino, quando riflettiamo.

Mentre la dilatazione della pupilla in risposta alla quantità di luce é regolata dalle aree cerebrali legate alle visione, la reazione a processi emotivi e cognitivi é mediata dal cosidetto sistema nervoso autonomo: questo si “biforca” in due rami, quello simpatico e quello parasimpatico.

Il primo si attiva quando siamo sotto stress e genera uno stato di allerta di eccitazione dell’organismo; il secondo, il parasimpatico, regola le reazioni di quiete e rilassatezza.

La modificazione delle pupille connessa con l’esperienza emotiva o con l’elaborazione cognitiva, comunque, é decisamente più modesta di quella legata del riflesso luminoso, con cambiamenti solitamente inferiori a mezzo millimetro.

Al riguardo, già circa 40 anni fa gli psicologi Eckhard Hess e James Polt hanno rilevato che l’attività di pensiero dà luogo ad una modificazione misurabile nella dimensione delle pupille dell’occhio.

Un paio d’anni più tardi Daniel Kahneman e Jackson Beatty hanno riscontrato che, nel corso dell’apprendimento le pupille si dilatano; per contro, si restringono quando le nozioni acquisite vengono richiamate alla memoria.

Una nuova ricerca mette ora in luce che la dilatazione della pupilla, accompagnata a da un particolare cambiamento dello sguardo, segnala il momento in cui abbiamo un’improvvisa intuizione.

A scoprirlo sono stati gli psicologi Ian Krajbich e James Wei Chen, ricercatori presso la Ohio University.

Partendo proprio dal presupposto che gli occhi siano una finestra sulla mente, i due studiosi hanno voluto capire se dai cambiamenti dello sguardo fosse possibile prevedere il momento in cui un individuo trova la soluzione ad un problema (detto semplicemente, quando gli si “accende la lampadina” in testa).

Per verificarlo, hanno coinvolto 59 partecipanti, il cui compito era giocare al computer contro un avversario invisibile.

Sullo schermo appariva una ruota in cui erano incasellati 11 numeri (da 0 a 10): il giocatore e il suo avversario dovevano scegliere un numero: in base ad una regola implicita (cioé, sconosciuta a due antagonisti) uno dei due vinceva.

L’obiettivo dello studio era portare il giocatore a capire quale fosse la regola che faceva vincere il gioco e verificare se questo momento potesse essere segnalato da un cambiamento visibile motorio o fisiologico (con particolare attenzione a quanto accadeva all’occhio).

I volontari prendevano parte a un totale di 30 partite (sempre contro antagonisti diversi) per indovinare come vincere): la ripetizione del gioco aveva lo scopo di far giungere progressivamente il partecipante a maturare l’idea sul funzionamento del gioco, fino al l’intuizione vincente.

La soluzione, in realtà,consisteva nello scegliere sempre un numero basso e, in questa prospettiva, la scelta dello zero si rivelava sempre la scelta migliore.

Mentre i giocatori era impegnati nel gioco, i movimenti degli occhi venivano monitorati con l’eye tracking (una tecnologia che registra, appunto, gli spostamenti dello sguardo); mentre un altra apparecchiatura registrava le modificazioni della dimensione della pupilla.

Ne é emerso, che quando i giocatori cominciavano ad intuire (ma non ne erano ancora consapevoli) che la scelta giusta era lo “0”, i loro occhi puntavano sempre più spesso ai numeri bassi.

All’improvviso, poi, le loro pupille si dilatavano rapidamente: quello era il segno che avevano capito! Le pupille si restringevano subito dopo e a quel punto facevano la mossa corretta.

Questa sequenza non era stata invece rilevata in chi non aveva afferrato la regola del gioco o in chi ci era arrivato attraverso un ragionamento logico.

Il risvolto pratico di questa scoperta si può rivelare molto utile nei nostri scambi interpersonali: Dal momento, che anche se immaginiamo qualcosa spostiamo lo sguardo in uno spazio immaginario, se se vogliamo o gradiamo che il nostro interlocutore arrivi ad un certa conclusione, possiamo prestare attenzione al movimento dei suoi occhi: se dopo movimenti casuali, tenderanno a portarsi sempre più spesso in una stessa direzione, significa che é vicino alla soluzione.

Per approfondire

In quel caso, il nostro comportamento dovrà essere di silenzio, in modo
da non interferire con i suoi processi mentali.

Poniamo invece di non volere che giunga ad una certa conclusione (ad esempio, non vogliamo che scopra qualche nostro “altarino” nascosto):
nel momento in cui noteremo gli stessi segnali di prima, lo distrarremo
con domande, commenti e altre azioni … ben presto, il momento dell’illuminazione si dissolverà nel nulla! 😉