Ipnosi e disordini alimentari

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I disturbi alimentari e l’ipnosi

Le cifre sono allarmanti: Il 3% della popolazione italiana soffre di disordini alimentari: è stato stimato che sono almeno 200.000 le donne colpite da problemi di questo genere.

Un’indagine americana ha messo in luce che il 40% delle bambine di 9 – 10 anni statunitensi segue una dieta su pressione della propria madre.

Il quadro:

In genere, i disturbi dell’alimentazione sono accompagnati da atteggiamenti eccessivamente critici verso se stessi, sensi di colpa, incapacità di controllare l’impulso ad abbuffarsi di cibo.

Spesso, inoltre, le persone che hanno questo tipo hanno una bassa stima di sé e non si piacciono fisicamente.

Sebbene non sfoci necessariamente in patologie come la bulimia o l’anoressia, il problema con il cibo è comune in molto donne e, attualmente, in sempre più uomini.

Chi soffre di disordini alimentari spesso usa il cibo per placare l’ansia, sfogare la rabbia, la frustrazione, lo stress o per colmare un senso di vuoto legato alla solitudine e all’insoddisfazione.

Le persone che soffrono di anoressia hanno un’estrema paura di accumulare peso è ha un’immagine distorta del proprio peso e delle proprie forme: di conseguenza, si costringe a diete drastiche se non a veri e propri digiuni; inoltre, fanno attività fisica fino allo sfinimento.

Se mangiano cercano di assumere meno calorie possibili: sono ossessionati dall’idea di aver esagerato.

La bulimia (che spesso nella vita di chi soffre di questi problemi si alterna con l’anoressia) è caratterizzata da abbuffate smodate di cibo seguite dalla necessità di vomitare (di solito autoindotto).

Sia chi soffre di anoressia sia chi ha problemi di bulimia tende inoltre a fare uso di lassativi.

Benché sia assomiglino nell’atteggiamento verso il cibo di solito gli anoressici sono esageratemente magri, mentre i bulimici hanno un peso nella norma o sono un po’ sovrappeso.

Le cause

A parte una presunta predisposizione genetica, l’origine di questi disturbi va ricondotta quasi sempre alle esperienze in famiglia; spesso infatti, il padre o la madre (se non addirittura entrambi) hanno sofferto in una qualche misura dello stesso problema.

Certi genitori inculcano il culto della magrezza nelle proprie figlie già durante lo sviluppo; in genere si tratta di un “insegnamento” della madre.

Non che i padri siano meno colpevoli; questi ultimi non lesinano critiche e commenti umilianti sul peso dei propri figli maschi

Non è infrequente che i genitori abbiano avuto un passato di alcolismo o di abuso di stupefacenti, siano ansiosi o abbiano qualche altro disturbo emotivo se non psichiatrico; inoltre, i genitori di queste persone sono più frequentemente della media obesi o sono state sovrappeso durante l’infanzia: la figlia reagisce così con il disturbo per non diventare come il genitore o subisce le ossessioni riguardo al cibo di quest’ultimo.

Tra le donne che soffrono di bulimia c’è un alta incidenza di abusi sessuali: gli studi riportano infatti che il 35% delle bulimiche ha subito delle molestie sessuali.

Chi è più a rischio:

Anche la professione può indurre questo tipo di problemi: sicuramente riguarda molte modelle, ma, a sorpresa, anche chi pratica dello sport, specie se femmina, tende a soffrire di disordini dell’alimentazione; soprattutto in quelle discipline come la corsa, il ballo o la ginnastica artistica dove l’essere snelle può essere vissuto come un vantaggio.

Il substrato neurologico:

Una ricerca di un team dell’Università di Pittsburgh ha rilevato che chi soffre di anoressia ha messo in luce che questi ultimi hanno un livello eccessivo di dopamina nel cervello.

La dopamina è un mediatore chimico, usato per la trasmissione nervosa fra i neuroni, che è coinvolto, nell’assunzione di cibo e nella ricerca del piacere.

Un altro mediatore i cui livelli sono anomali è la serotonina.

Entrambe le sostanze sono legate al senso di appetito, all’umore, al controllo degli impulsi che sono alterati sia in chi soffre di bulimia che di anoressia.

Usando delle strumentazioni per la visualizzazione del cervello si è appurato che chi soffre di bulimia e anoressia in modo alternato mostra un iperattività di alcuni recettori della serotonina che sono associati con un particolare tipo d’ansia conosciuto come “evitamento della sofferenza”. Lo studio è stato pubblicato su Archives of General Psychiatry.

Questo tipo di atteggiamento di per sé non è necessariamente negativo; chi ha questa inclinazione tende infatti ad essere accurato, preciso e scrupoloso:cosa che in certi lavori è altamente appezzato.

Una ricerca “illuminante“:

L’indagine scientifica più interessante al riguardo proviene da uno studio condotto dalla Japan’s Hiroshima University e pubblicato su “the British Journal of Psychiatry”.

Gli scienziato hanno reclutato 13 uomini e 13 donne e hanno sottoposto loro dei test in il compito era elementare: leggere due serie di parole.

La prima serie consisteva in parole sgradevoli riguardanti il proprio corpo; l’altra invece era costituita da espressioni neutre.

A ognuno dei partecipanti è stato chiesto di dare una valutazione delle parole lette in termini di quanto le trovassero piacevoli o disturbanti.

Nello stesso tempo, usando la Risonanza Magnetica gli studiosi avevano modo di osservare quali parti del cervello si attivassero.

Il risultato ha messo in evidenza che nelle donne, le parole sgradevole suscitavano una reazione in una regione primitiva del cervello, nota come amigdala: una parte che si attiva quando l’individuo avverte un senso di minaccia.

Al contrario, negli uomini, sempre in relazione alle parole di cattivo gusto, si attivava la corteccia prefontale midiale, associata all’organizzazione delle informazione.

Questa differenza indica che gli uomini non si sentono minacciate da parole riguardanti le parole relative all’immagine del proprio corpo, mentre le donne sì.

L’aspetto più rilevante di questa indagine è la scoperta del coinvolgimento dell’amigdala; una constatazione che apre una nuova prospettiva di guarigione: attraverso l’impiego di una tecnica che consenta un “dialogo” con questa parte primitiva del cervello: l’ipnosi.

Correre ai ripari: l’limpiego dell’ipnosi

Il disturbo alimentare, che si tratti di bulimia, anoressia o di un’incapacità di controllare l’assunzione di cibo, è trattato, infatti, in modo efficace con l’ipnosi, specie con quella non verbale.

Quest’ultima, attraverso una stimolazione diretta dell’amigdala, mette lo psicoterapeuta in condizione di influenzare le reazioni emotive del soggetto.

Con l’ipnosi si possono così scaricare i traumi emotivi (specie di origine sessuale) che possono avere dato origine ad un rifiuto del proprio corpo (vissuto come sporco); attraverso il potere della suggestione che l’ipnosi conferisce si possono inoltre cambiare gli atteggiamenti sbagliati nei confronti del cibo e togliere ansia e sanare sensi di colpa, di abbandono o di tristezza. Inoltre, si può agire sulla percezione del cibo inducendo un senso di sazietà, creando associazioni estremamente negative con i cibi più spesso oggetto di tentazione e suscitandone di positive nei confronti di alimenti (come le verdure) che facilitano la perdita di peso (nel caso la persona sia effettivamente sovrappeso).

Va tenuto conto anche che l’indagine sull’ipnotizzabilità ha messo in luce che chi usa il meccanismo mentale della dissociazione (fare qualcosa al di fuori del controllo della volontà) é particolarmente suscettibile all’ipnosi: aspetto questo che riguarda in particolare chi soffre di bulimia.

Per approfondire: Corso di Ipnosi non Verbale ® e Master in Ipnosi non Verbale ®.

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