Il contatto sincronizza i cervelli … e toglie il dolore

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Il contatto fisico é un come attaccare la spina

Dal momento in cui veniamo al mondo, a quando arriva la nostra ora, il contatto interpersonale, nel bene e nel male, gioca un ruolo centrale nel determinare i “percorsi” della nostra esistenza.

Ne viene influenzata la nostra personalità, la stabilità emotiva, le attitudini verso l’esperienza e perfino la nostra salute fisica

Non c’è fase della nostra vita in cui la presenza o l’assenza del contatto non si faccia sentire.

Nella tenera infanzia, i neonati che ricevono più baci e abbracci crescono più velocemente e hanno uno sviluppo mentale e motorio più accelerato rispetto ai loro coetanei meno “amati”.

In età adulta, chi ha un partner più affettuoso sopporta meglio lo stress, ha una pressione sanguigna più bassa e una migliore risposta immunitaria.

Anche in chi é attempato il contatto conta: le persone anziane che sonò amorevolmente accudite affrontano meglio acciacchi e malattie e sono più lucidi e intellettualmente attivi.

Il contatto interpersonale attivo ha la proprietà unica di essere reciproco; non si può toccare un’altra persona senza essere toccati a propria volta.

Inoltre, gli psicologi inglesi Antje Gentsch, Elena Panagiotopoulou, e Aikaterini Fotopoulou hanno scoperto che siamo invogliati a toccare qualcuno (soprattutto, nelle relazioni intime o nel rapporto genitori figli) Рe specie se se in modo carezzevole e delicato Рperch̩ il contatto suscita delle sensazioni piacevoli anche in chi lo fa.

Il modo di toccare cambia a seconda della relazione e della circostanza: è più frequente e intenso nelle coppie o fra amici; inoltre, uno può stringere, appoggiare una mano, accarezzare, pizzicare, abbracciare e così via.

Certo è che la forma più piacevole di contatto sono carezze, coccole, abbracci avvolgenti in cui viene attivato un percorso neurale che, partendo da particolari recettori, dette terminazioni C, si propaga attraverso fibre non mielinizzate (come circuiti elettrici senza il grasso che facilita la conduzione) e raggiunge il lobo dell’insula, un punto cruciale per far affiorare alla consapevolezza le sensazioni corporee e quelle fisiologiche legate alle emozioni.

Oltre, ad essere decisamente “toccante”, il contatto fisico è come una spina infilata in una presa di corrente: stabilisce una connessione così profonda da sincronizzare la fisiologia di due individui e questo può portare ad uno stupefacente effetto analgesico.

Lo hanno provato gli psicologi israeliani Pavel Goldstein e Irit Weissman-Fogel, coordinando il lavoro di un team di ricercatori dell’Università del Colorado Boulder e dell’Università israeliana di Haifa.

Nel loro studio hanno messo in luce che se un partner o un familiare tiene la mano dell’altro mentre quest’ultimo prova un’esperienza dolorosa, i due sintonizzano respiro, battito cardiaco e perfino il le loro menti; inoltre, più le onde cerebrali si sincronizzano, più il dolore scompare.

Questa indagine studio è la più recente di un crescente corpo di ricerche che si sono proposte di esaminare un fenomeno noto come “sincronizzazione interpersonale”, in cui le persone si rispecchiano, non solo sul piano del comportamento, ma anche su quello “invisibile” della fisiologia.

Qui, però, per la prima volta si é esplorata la dimensione della sincronizzazione delle onde cerebrali nel contesto della riduzione del dolore fisico ed é stato messo a fuoco il ruolo primario del contatto fisico nella creazione di questa connessione.

Goldstein, autore principale dello studio ha tratta ispirazione da un’esperienza personale: la constatazione che il fatto di tenere a mano della moglie mentre partoriva le alleviasse le doglie (uno studio simile, per altro, ha dato prova che anche tenere con sé la foto del partner ha questo effetto).

Preso atto di questo effetto ha voluto studiarlo sperimentalmente e verificare se, e in che modo, il tatto attenuasse il dolore.

Per studiarlo, lo psicologo ei suoi colleghi all’Università di Haifa hanno reclutato 22 coppie eterosessuali, di età compresa tra i23 e i 32 anni, che stavano insieme almeno da un anno.

Dopo di che, ad ogni partecipante é stato fatto indossare un caschetto con degli elettrodi per registrare le onde cerebrali.

Quindi, i volontari hanno preso parte a diverse sessioni sperimentali: stare seduti vicini nella stessa stanza, ma senza toccarsi; seduti tenendosi per mano e seduti, ma soli.

Successivamente, queste condizioni sono state ripetute, mentre alla donna della coppia veniva inflitto un leggero stimolo doloroso al braccio.

È stato così possibile rilevare che il semplice fatto di trovarsi assieme, con o senza contatto, era associato a una sincronizzazione delle onde cerebrale nella banda alfa mu, una lunghezza d’onda associata all’attenzione focalizzata.

Se si tenevano per mano, poi, mentre lei soffriva, la sintonia dei cervelli aumentava considerevolmente.

I ricercatori hanno anche scoperto che quando lei soffriva e al compagno veniva impedito di toccarla, l’armonizzazione delle menti diminuiva.

Questo risultato replicava quanto emerso in uno studio precedente (in cui protocollo sperimentale era lo stesso) il cui frequenza cardiaca e ritmo respiratorio smettevano di uniformarsi quando il partecipante maschile non poteva tenere la mano della partner per darle conforto (e rendere più tollerabile la sofferenza).

Successivi test che misuravano il grado di empatia del partner maschile hanno messo in evidenza che quanto più lui era dispiaciuto e preoccupato per il dolore di lei, tanto maggiore era la sincronizzazione dei cervelli e minore la percezione del dolore da parte della compagna.

Secondo gli autori della ricerca, il meccanismo dietro questo effetto a che fare con il rilascio di ossocina, un neurormone che viene secreto quando si vive un senso di benessere nello stare con gli altri e che soffoca la sensazione di dolore.

Per approfondire
Il Linguaggio Segreto dei Sintomi

Un’ipotesi avvalorata da un’indagine sui topi dei neuroscienziati francesi
Pierre-Eric Juif e Pierrick Poisbeau, i quali hanno scoperto che un’iniezione di ossitocina (che viene rilasciata naturalmente nel contatto) produce analgesia per il fatto che questa molecola viene captata da specifici recettori che si trovano nelle lamine (una sorta di sottili “dischetti” tra la vertebre) e che sono appunto di tipo C (gli stessi che veicolano la conduzione delle stimolazioni tattili piacevoli) impedendo la propagazione del dolore al sistema nervoso centrale (in modo affine all’anestesia spinale).