Psicosomatica: “rodersi il fegato” non é tanto per dire

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Lo stress può essere peggio dell’epatite

Gli antichi cinesi l’avevano intuito già secoli fa, rabbia ed emozioni negative provocano una disfunzione del fegato: su un piano energetico, spiega la medicina cinese, questo è dovuto ad un eccesso di Yang, il lato maschile della “forza”.

Ora, la scienza ufficiale rivela che queste intuizioni sono fondate. Lo dimostra un’indagine condotta da, Tom Russ, Mika Kivimaki, Joanne Marling e altri ricercatori dell’Università di Edimburgo.

Lo studio, durato oltre 10 anni, ha coinvolto oltre 165.000 partecipanti, cui é stato determinato periodicamente il livello di stress e lo stato dell’umore. In questo lasso di tempo, ovviamente ci sono stati dei decessi, che sono stati registrati e ne sono state annotate le cause.

Al momento del l’analisi dei dati, é emerso che coloro che riportavano una condizione di stress o depressione prolungati avevano molte più probabilità di soffrire di malattie epatiche fatali.

I ricercatori hanno tenuto debitamente conto di fattori sociologici e fisiologici come il consumo di alcol, l’obesità, il diabete e la classe sociale; ma pur considerando questi elementi di rischio, i dati veniva comunque confermata una netta relazione tra il disagio psicologico e le patologie a carico del fegato.

Questo studio fornisce ulteriori prove per gli importanti legami tra mente e corpo e degli effetti dannosi che il malessere emotivo può provocare sullo stato di salute“, ha affermato Tom Russ, uno degli autori dell’indagine, ricercatore presso il Center for Clinical Brain Sciences.

L’indagine non ha consentito di rilevare nessun rapporto diretto di causa-effetto, ma è il primo studio a mettere in luce un chiaro legame tra stato mentale e danno epatico.

In uno studio affine, condotto Jun Nagano, Shoji Nagase, Nobuyuki Sudo, Chiharu Kubo, ricercatori presso l’università giapponese Khyshu University hanno rilevato una connessione tra lo stress psicosociale e la gravità dell’epatite cronica C.

Questi medici hanno esaminato pazienti affetti da epatite C distinguendoli in tre fasce in base alla gravità dell’infiammazione: gruppo A (epatite C cronica) con un livello normale di alanina aminotransferasi (un enzima che si trova nel fegato e la cui concentrazione indica la funzionalità dell’organo); gruppo B (epatite cronica C con un livello elevato di alanina aminotransferasi); e gruppo C (cirrosi epatica) e hanno somministrato loro un questionario di personalità.

E’ stata, quindi, misurata (mediante parametri di laboratorio) la funzionalità epatica (alanina transamina, conta piastrinica, albumina – una proteina, i cui livelli calano in presenza di malattie del fegato e livelli di bilirubina totale (una sostanza che deriva dalla sintesi dell’emoglobina e il cui valore evidenzia patologie a carico del fegato).

L’analisi dei dati ha indotto i ricercatori a unire i gruppi B e C, in quanto in entrambi la conta piastrinica e i livelli di albumina sierica erano analoghi e compatibili con la gravità dell’epatite C; inoltre, chi apparteneva ai due gruppi mostrava un grado di stress elevato.

In definitiva, la ricerca ha messo in luce che quest’ultimo raggruppamento sul piano delle disposizioni del carattere era caratterizzato da scarso senso di controllo, dipendenza affettiva, bisogno di accettazione e eccessiva abnegazione; condizione che, non solo rende altamente vulnerabili allo stress, ma in caso di malattia epatica, è accompagnato da un quadro clinico più serio.

I medici giapponesi Junko Sonoda, Yoichi Chida, Nobuyuki Sudo e altri colleghi lavorando con dei topi hanno messo in luce il meccanismo attraverso cui lo stress provoca o aggrava l’epatite.

Per prima cosa, hanno iniettato ai topi una sostanza, l’alfa-galattosilceramide; la cui somministrazione provoca un’immediata reazione immunitaria nel fegato e nello specifico il rilascio di una particolare classe di globuli bianchi, gli INKT.

In passato, è stato accertato che sono proprio gli INKT a provocare danni al fegato attraverso la produzione di citochine (molecole che determinano uno stato infiammatorio) e inducendo le cellule epatiche a fare ”harakiri”.

Dopo aver “infettato” il fegato dei ratti, i ricercatori li hanno divisi in due gruppi: ad uno è stato provocato uno shock elettrico a più riprese per 12 ore (per simulare lo stress psicosociale dell’uomo).

Gli studiosi hanno quindi valutato il danno epatico dei due gruppi con degli esami clinici, accorgendosi che nei ratti stressati L’infiammazione era molto maggiore e che proprio lo stress, attraverso la mediazione del cortisolo (l’ormone dello stress) il livello delle cellule INKT, aggravava la lo stato di salute dell’organo.

Un’altra ricerca ha confermato il ruolo del cortisolo nello sviluppo di malattie epatiche: l’ingrassamento del fegato; Il foie gras, infatti, non é solo un raffinato piatto della della cucina francese, ma anche una malattia metabolica che competa un eccessivo accumulo di lipidi in questo organo.

Un fegato “pingue” è associato con l’obesità, colesterolo alto, ipertensione arteriosa: in altre parole, predispone allo sviluppo di malattie cardiovascolari.

Da tempo si sospettava che l’ormone dello stress, il cortisolo, sia implicato nello “stoccaggio” dei triglicedi nel fegato, ma come esattamente ciò accade non era stato messo fuoco.

Ora, una ricerca dei biologi molecolare Ulrike Lemke, Anja Krones-Herzig, Mauricio Berriel Diaz, assieme ad altri colleghi é riuscita a identificare il meccanismo alla base di questo processo.

Per approfondire
Il Linguaggio Segreto dei Sintomi

Lo studio è stato condotto su un campione di topi, cui é stato “spento”
il recettore del cortisolo nel fegato: quando questo accadeva, lo “immagazinamento” del grasso veniva interrotto.

Il processo alla base di questo fenomeno è l’aumento (non più inibito dal cortisolo) di una proteina, nota come HES1 che attiva gli enzimi che impediscono l’accumulo di grasso.

Come riprova, ai topi cui veniva iniettata una dose extra di cortisolo, i livelli
di HES1 aumentano e i trigliceridi tornavano a essere accumulati.