Psicosomatica: l’attività dell’intestino é essenziale per la memoria

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Intestino e memoria

Mediamente i nervi (i “cavi” della conduzione elettrica che trasmettono in messaggi dal cervello al resto del corpo e l’inverso) variano come lunghezza da qualche centimetro a mezzo metro, ma ce n’è uno che, partendo dalla base del cranio, avvolge le sue “spire” su tutto il tronco finendo dritto nell’intestino: il nervo vago.

E’ proprio questo “pitone” che invia il senso di sazietà al tronco cerebrale (il tratto tra cervello e midollo spinale) e da fine alle gozzoviglie. Una nuova ricerca ha messo in luce che la funzione di questa fibra è decisamente più complessa: affonda i suoi “tentacoli” nell’ippocampo (la sede della memoria) creando in questa sede una sorta di mappa geografica di per stabilire dove si trovano le “riserve” di cibo: un retaggio, commentano gli autori, di quando i nostri antenati cacciatori scoprivano le radure in cui pascolavano le mandrie di cervi o di bufali.

Lo scoperta dei biologi Andrea Suarez, Ted Hsu, Clarissa Liu, assieme ad altri colleghi è emersa in un esperimento condotto sui topi.

In questo studio, i ricercatori, dopo una prima fase in cui hanno consentito ai roditori di esplorare l’ambiente e individuare dove veniva distribuito il mangime, hanno “interrotto” chirurgicamente il loro nervo vago.

In seguito a questo “taglio” hanno rilevato che, privati della connessione tra intestino e sede cerebrale delle memorie, i ratti apparivano disorientati e non erano più in grado di a trovare la “strada” per gli “approvvigionamenti”.

Questo deficit della memoria non era il solo danno prodotto dalla chiusura dei “viadotti”: infatti, nei topi smemorati era stata rilevata anche una riduzione delle proteine neurogeniche (DCX) e i fattori neurotrofici (BDNF) nell’ippocampo dorsale; sostanze che servono alla rigenerazione dei neuroni, ma anche alla memoria dei luoghi e dei contesti.

Alla luce di questi risultati, gli scienziati hanno espresso preoccupazione per interventi come il bendaggio gastrico o la gastrectomia (la rimozione di parte dello stomaco) che possono bloccare il circuito che informa il cervello sul “riempimento” della dispensa-stomaco e verosimilmente alterare il senso di orientamento.

Una perplessità tutt’altro che infondata se consideriamo gli esiti di studi precedenti sul rapporto fra microbioma (la flora batterica) e la memoria.

In uno studio effettuato anche qui sui topi da gastroenterologi Melanie Gareau, Eytan Wine, David Rodrigues e altri colleghi ha messo in luce che l’infezione con un agente patogeno (Citrobacter rodentium) provocava una disfunzione memoria; deficit reversibile, però, con la somministrazione di probiotici.

In un altra indagine dei medici Premysl Bercik, Emmauel Denou, Josh Collins, assieme ad altri ricercatori è stato rilevato che in topi cui era stato indotto uno squilibrio della popolazione batterica dell’intestino, i valori del fattore neurotrofico derivato dal cervello (BDNF), lo stesso elemento risultato carente nella ricerca dell’equioe guidata da Suarez.

Esiti analoghi sono emersi da uno studio di un team guidato dalla biologa Janet Jansson.

Questa equipe é partita dalla constatazione che l’assunzione del batteri Lactobacillus migliora le funzioni cognitive nei pazienti affetti da Alzheimer: hanno così voluto verificare se lo stesso effetto poteva essere prodotto sulla capacità di ricordare.

Le loro cavie sono state anche qui dei roditori. Con un disegno sperimentale studiato per misurare la loro memoria, hanno fatto assumere ad alcuni topi appunto un’integrazione di Lactobacillus, scoprendo che nei ratti “dopati” la memoria era effettivamente notevolmente migliorata rispetto ai topi che seguivano il solito regime alimentare.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Il team, a quel punto, si è concentrato sul meccanismo che a partire dai i batteri intestinali potenzia le facoltà mnemoniche; hanno, così, appurato che nell’ippocampo dei topi trattati la concentrazione di GABA (acido gamma-ammino-butirrico) era aumentata. Studi precedenti hanno dimostrato che proprio un alto livello di questo neurotrasmettitore
é legato sull’efficienza di una memoria, detto di lavoro (una sorta di “deposito bagagli” della memoria prima che vengano archiviati definivamente).

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