Psicosomatica: depressione fa pandant con ipertensione

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ipertensione e depressione hanno cause comuni

Depressione e ipertensione

La ricerca in ambito psicosomatico (la cui versione scientifica é la PNEi, psico-neuro-
endocrino-immunologia
), apre nuovi inquietanti sipari sul legame tra depressione e ipertensione.

Non è certo uno scoop la notizia che che ansia, stress o uno shock improvviso possono “pompare la pressione a mille” , ma si sa anche che si tratta di sbalzi momentanei e innocui.

Nuovi studi, però, gettano un grido d’allarme al riguardo: quando il disagio emotivo é prolungato, come in chi soffre di depressione, si può finire a sviluppare una ipertensione cronica.

Una delle prime indagini su questo legame risale agli anni ’70 e ha coinvolto circa 3000 adulti in salute e con la pressione regolare, cui erano stati somministrati dei test psicologici. Quando i ricercatori hanno controllato la pressione sanguigna e le cartelle cliniche dei volontari dopo un lasso di tempo che andava dai i sette e i sedici anni, hanno rilevato una singolare coincidenza: chi soffriva di depressione o aveva un importante disturbo d’ansia all’inizio dello studio mostrava una probabilità due o tre volte maggiore rispetto agli altri di sviluppare ipertensione.

Successivamente, un’equipe di ricercatori che ha condotto uno studio presso il New York Presbyterian Hospital (NYPH) ha dimostrato che il trauma psicologico, sia recente che passato, può portare ad un aumento cronico della pressione sanguigna, spesso accompagnato da altri sintomi, come dolore al petto, nausea e mancanza di respiro.

In uno studio analogo, un team misto di medici e psicologi, guidati dalla psichiatra Karina Davidson, ha esaminato un campione di 3343 adulti, misurando loro la pressione e determinando con dei test chi fosse soggetto a disturbi dell’umore.

Rivisti a distanza di 5 anni, è stato appurato che chi sperimentava da giovane la depressione (non necessariamente grave) aveva un maggior probabilità di soffrire, negli anni a venire, di ipertensione.

Diversi studiosi hanno cercato il “giunto” di connessione tra depressione e patologie cardiovascolari formulando varie ipotesi, tra cui la presenza in tutte e due di uno stato infiammatorio; uno squilibrio dell’HPA, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (una catena di strutture cerebrali e ghiandolari che è preposto alla regolazione dello stress) o il disequilibrio tra i due “rami” del sistema nervoso autonomo – quello che regola lo stato dell’organismo indipendentemente dalla volontà: il sistema simpatico (attivo nelle emergenze) e quello parasimpatico (che “propaga” la rilassatezza).

Benché fosse evidente, non era stata approfondita un’atra potenziale associazione: che i due disturbi fossero condividessero un’alterazione delle stesse aree cerebrali.  È questa “mancanza” che ha messo in moto un indagine in questo senso  da parte degli Psichiatri olandesi Maaike Meursa, Nynke Groenewolda, Annelieke Roesta, assieme ad altri colleghi.

Precedenti studi hanno messo in evidenza che in chi soffre di depressione è stata riscontrata un assottigliamento ddella materia grigia nella regioni prefrontali  e limbiche del cervello (dall’interazione di queste strutture deriva la nostra esperienza emotiva) e in particolare, nella ACC, corteccia cingolata anteriore (che ci consente di fiutare il pericolo), l’ippocampo (sede della memoria nell’elaborazione delle emozioni vissute nelle interazioni sociali) e la circonvoluzione frontale inferiore (regola le reazioni emotive nell’esperienza interpersonale).

Gli psichiatri Richard Jennings e Ydwine Zanstra, esaminando numerose ricerche sul tema, hanno concluso che la pressione alta è associata ad un ridotto flusso sanguigno cerebrale (che è collegato a una ridotta lucidità) e alla diminuzione della materia grigia in specifiche regioni corticali; pressoché le stesse, per altro, che sono compromesse nella depressione: la corteccia prefrontale (la regione dove hanno sede le nostre capacità cognitive) l’ACC e l’ippocampo.

Sulla base di questi presupposti, Meurs e colleghi hanno elaborato un disegno sperimentale che ha coinvolto 301 volontari di età compresa tra 18 e i 57 anni che avessero sofferto di depressione, ansia o attacchi di panico nei precedenti sei mesi e a cui non fosse stata diagnosticata ipertensione cronica. A ognuno veniva misurata la pressione in condizioni di riposo. In seguito, a tutti è stata fatta una risonanza magnetica al cervello, e delle regioni evidenziate negli studi citati è stato misurato il volume della materia grigia con una tecnica statistica nota come morfometria basata sui voxel.

L’esito di questa indagine ha dato conferma dell’ipotesi che depressione e ipertensione trovino un substrato comune nel fatto che la materia grigia di alcune aree cerebrali fosse ridotta quando venivano riscontrate entrambe le patologie: nello specifico, la circonvoluzione frontale inferiore e mediale apparivano “infeltrite”; per contro, con questo quadro clinico risultava più ampia la materia grigia del cervelletto.

Per approfondire
Il Linguaggio Segreto dei Sintomi

Quest’ultima rilevazione probabilmente è legata al fatto che, come hanno scoperto le biologhe venezuelane Leticia Figueira e Anita Israel, il cervelletto è coinvolto nella regolazione della pressione arteriosa (in questa struttura sono stati trovati recettori dell’drenomedullina – un peptide – piccole molecole di collegamento tra gli organi e il cervello – che provoca vasodilazione e nelle arterie e aumento della pressione e un incremento
della circolazione sanguigna nel cervelletto: di conseguenza, si assiste ad una crescita di nuovi neuroni e l’espansione della struttura cerebrale.