Le parole della menzogna

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Gli indizi verbali della menzo

Una delle applicazioni più intriganti della lettura del linguaggio del corpo è nel riconoscimento della menzogna, ma non è l’unico modo per riconoscerla …

Che l’intento sia truffaldino (come nascondere una relazione extraconiugale o un incidente con la macchina che l’amico ci ha prestato) o mosso da compassione (indorare la pillola o nascondere un dettaglio per evitare che l’altro si preoccupi o si rattristi), resta il fatto che quello che viene fatto è mentire.

A seconda della gravità e della complessità di quello che tentiamo di nascondere, della nostra educazione, delle convenzioni morali, delle persona che stiamo ingannando e di altre variabili possiamo lasciarci sfuggire pochi o tanti indizi di menzogna; in ogni caso, qualcosa ci scappa sempre.

Non è però detto che l’interlocutore se ne accorga; neppure (come dimostrano alcune indagini sulle forze di polizia ) se si viene istruiti a cogliere i segnali della bugia.

Sulla scia dei presupposti de Lie Detector, supponiamo che se l’altro si mostri nervoso (respiri in modo affannoso, sudi, mostri una pulsazione accelerata della carotide (l’arteria a lato del collo) sia probabile che menta.

In realtà, questa variazioni fisiologiche autonome (non volontarie) non sono indici attendibili, così gli studiosi si sono concentrati su segnali legati allo sforzo cognitivo (ad esempio, se si mente spesso l’ammiccamento scompare per poi ripresentarsi in modo parossistico quando si è detta la “palla”) oppure sull’impegno ad apparire veritieri e onesti (che viene fatto solitamente in modo affettato ed eccessivo).

Nuove indagini mettono in luce che c’è un’altra fonte di indizi: delle anomalie del linguaggio parlato; solitamente, queste non vanno intese in modo categorico, ma in rapporto al modo abituale di parlare del “sospetto”: quest’ultimo può cambiare la lunghezza delle frasi: ad esempio, essere prolisso o troppo telegrafico. Lo stesso principio vale per le parole: termini insoliti, estremamente lunghi o corti e nomi e verbi generici o strani per esprimere cose o persone familiari sono fa tenere d’occhio.

In uno studio condotto dallo psicologo Matthew Newman, ricercatore presso L’Arizona State University, assieme ad altri colleghi è risultato che chi mente, a paragone di chi è sincero, tende a fare resoconti poco dettagliati e brevi, a soffermarsi su particolari poco rilevanti e ad usare una maggiore quantità di commenti negativi.

In un indagine sul tema le psicologhe australiane Gina Villar, Joanne Arciuli e Helen Paterson hanno esaminato i discorsi di 85 partecipanti, cui era stato chiesto di mentire oppure dire il vero.

Al momento di tirare le somme, le studiose hanno rilevato che per quanto riguardava il numero di nomi o verbi le cose non cambiava granché; per contro, l’uso dei aggettivi risultava piuttosto scarso.

Vilar e Arciuli hanno pubblicato una nuova ricerca che ha “puntato il dito” su un probabile indizio di menzogna< linguistico: gli intercalari: umh, ah, praticamente, ecco, ecc.

In studi precedenti sulla bugia é stato ipotizzato che espressioni come “umh, ehm”, cioè”, “insomma” e via dicendo siano tipiche di discorsi ingarbugliati è confusi e che siano associate all’intento di nascondere qualcosa.

Aldert Vrij Katherine Edward, Kim Roberts e Ray Bull hanno supposto che un’impiego massiccio di interiezioni nel parlare siano attribuibile al cosiddetto “sovraccarico cognitivo”, cioè all’eccessivo controllo sul proprio comportamento per evitare di contraddirsi o per apparire coerenti: inevitabilmente, questo sforzo provoca delle “falle”, tra cui proprio troppi intercalari.

Per verificare queste supposizioni le due psicologhe hanno coinvolto 32 volontari di entrambi i sessi, chiedendo loro di compilare dei questionari in cui dovevano “dire la loro” su temi di rilevanza sociale.

Successivamente, i partecipanti sono stati intervistati (e filmati) sulle opinioni emerse dai test. Ad alcuni è stato detto di essere sinceri; ad altri di mentire.

Per semplicità, le autrici si sono concentrate su due intercalari: “um” e “like”; comuni nei paesi di lingua anglosassoni e meno da noi; potremmo tradurli come “ah, ah” e “bene” (letteralmente è “mi piace”, espressione diventata popolare grazie a “Facebook”).

Per approfondire

Una volta raccolti ed elaborati i dati, le studiose si sono trovatie di fronte ad un esito inatteso: contrariamente alle aspettative, erano le dichiarazioni sincere a contenere il maggior numero di interiezioni e non il contrario.

Di fronte a questa sorpresa, le autrici hanno cercato una spiegazione trovandola nel fatto che queste interiezioni servono a rendere fluido un discorso e a sincronizzare una conversazione e quindi sono più comuni nei discorsi sinceri. Verosimilmente, se la ricerca avesse contemplato altri intercali come “eee”, “ecco”, “insomma”, ecc. l’esito sarebbe stato diverso e in linea con quanto emerso in studi precedenti.

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