I piedi parlano … e non mentono

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I piedi hanno molto da “raccontare”

Andrea Porta, Airone, settembre 2018, pag. 20-23 – intervista a Marco Pacori.

Fondamentale supporto del corpo, permettono it movimento, attività basilare per l’autonomia. Ma non si limitano a questo. Al pari delle mani e degli occhi, i piedi dicono molto della personalità e dello stato d’animo di tutti noi. Ed essendo meno “controllabili”, sono piu sinceri.

Selam, bambina di Australopithecus afarensis vecchia di 3,3 milioni di anni e morta prima dei 4 anni di età, sta permettendo agli scienziati di capire come si è evoluto il nostro modo di camminare. Una ricerca americana pubblicata a luglio su Science Advances ha esaminato infatti i resti di un piede della piccola, ipotizzando che questi ominidi, noti soprattutto grazie al fossile di Lucy, scoperto in Etiopia nel 1974, camminassero quasi come noi durante il giorno per poi arrampicarsi di notte sugli alberi dove trovavano riparo dai predatori: le loro estremità permettevano infatti di aggrapparsi facilmente, consentendo movimenti molto ampi grazie ad alluci con una attaccatura alla base particolarmente curva.

Non è un caso che studi evoluzionistici come questo si concentrino sul piede. Questa parte del corpo è importantissima: ci consente di camminare e di stare in piedi, attività fondamentali per l’autonomia. In una ricerca del 2004 pubblicata dal Journal of Material Culture, l’antropologo Tim Ingold scriveva: «Le descrizioni dell’evoluzione umana presentano le mani come strumenti della razionalità e dell’in-telligenza e i piedi come semplici strumenti meccanici necessari alla deambulazione». Tuttavia, spiega Ingold, non sarebbe corretto relegare questi ultimi a semplici supporti.

«Nel corso dell’evoluzione», prosegue, «tre mutamenti hanno portato gli ominidi a rassomigliare a quello che siamo noi oggi: l’incremento di dimensioni del cervello, le trasformazioni anatomiche della mano e i cambiamenti dell’intero corpo connessi alla stazione eretta».
Il piede umano sarebbe quindi la conseguenza delle mutazioni che hanno permesso all’uomo di adottare l’andatura tipica della nostra specie.

Anatomicamente perfetti

Tuttavia l’evoluzione fa strani scherzi.
Se infatti il piede si è trasformato per adattarsi alla stazione eretta, in alcuni soggetti sono ancora oggi individuabili caratteristiche anatomiche tipiche del piede dei nostri progenitori. È quanto è emerso da uno studio pubblicato sull’ American Journal of Anthrapology nel 2013 da
Jeremy DeSilva e Simone Gill dell’Università di Boston (Usa).
Dopo aver osservato l’andatura di 398 persone, gli studiosi avevano evidenziato in 32 una peculiare flessibilità del piede a metà della sua lunghezza, esattamente come capita negli scimpanzé.
La perdita di questa caratteristica anatomica sarebbe legata alla sua inutilità per l’uomo contemporaneo, abituato a camminare su terreni regolari. Ma l’evoluzione del piede è ancora in corso: «L’uso delle scarpe», spiega ad Airone Francesco Malerba, responsabile dell’Unità operativa di chirurgia della caviglia e del piede all’Istituto ortopedico Galeazzi di Milano, «ne ha ridotto la funzionalità. Così le dita, un tempo necessarie all’arrampicamento, non svolgono più un ruolo così importante tanto che alcuni studiosi ne ipotizzano una futura atrofia». Eppure il piede resta una parte del corpo complessa: «È costituito da strutture che devono poter sorreggere il peso del corpo e dare la spinta propulsiva per camminare, il tutto adattandosi a superfici e ostacoli». Una struttura sottoposta a queste sollecitazioni si usurerebbe in fretta. Se ciò non capita è perché il piede funge anche da ammortizzatore: «A ogni passo è in grado di irrigidirsi per fornire la spinta, ma anche di attutire l’impatto a terra».

I segreti delle nostre estremità

Una parte del corpo importante come i piedi non può che ricoprire, come capita alle mani e agli occhi, un ruolo decisivo anche da un punto di vista psicologico. I piedi sono infatti capaci di comunicare. Su Psychology Today il divulgatore americano Joe Navarro fa un esempio a riguardo: «Osservate un bambino seduto a tavola che vuole uscire a giocare. I suoi piedi cercano di raggiungere il pavimento prima ancora di aver finito di mangiare, ondulano, si agitano nella direzione della porta». I piedi, in pratica, non mentono. Forse anche per questo sono da sempre oggetto di tabù: rivelano ciò che l’espressione del viso e le mani possono mascherare. ” Tra le regole non scritte della nostra società c’è infatti quella di evitare di guardare i piedi dell’interlocutore”, spiega ad Airone Marco Pacori, psicoterapeuta e autore di I segreti del linguaggio del corpo (Sperling & Kupfer): ”spesso scarichiamo la tensione con il loro movimento”.
Se, ad esempio, stiamo conversando con qualcuno e fa la sua comparsa un’altra persona più interessante, ci potrebbe capitare di mantenere tronco e gambe verso il nostro primo interlocutore e di orientare un piede verso il secondo. «Ciò dimostra che i piedi sono un buon punto di osservazione sugli altri».

Uomini e donne

Non è quindi un caso che uomini e donne muovano i piedi in modo diverso: «Se un uomo è irrequieto tradirà il suo disagio agitandoli, mentre una donna li manterrà inchiodati al suolo», prosegue Pacori. «Nel primo caso l’impulso è quello della fuga mentre nel secondo la reazione è il freezing (paralisi), tipica delle prede quando si fingono morte per essere ignorate dai predatori». Queste differenze si rispecchiano anche nella camminata: i maschi fanno passi ampi, le donne più brevi. Secondo una ricerca dell’Università del Massa-chusetts (Usa), basata su esperimenti in cui a soggetti venivano mostrate sagome in movimento da definire come maschili o femminili, chiunque di noi è istintivamente in grado di rilevare queste caratteristiche di genere.

A qualcuno fanno paura… al punto da indossare le calze per fare la doccia

Per quanto strano e irrazionale possa sembrare, la podofobia, cioè la paura dei piedi, esiste e ha un’incidenza sulla popolazione: secondo le più recenti stime, pare colpisca 1 soggetto su 1.000, mentre secondo dati meno aggiornati (2007) relativi all’Italia, pare interessare il 16 per cento della popolazione, prevalentemente nel Sud del Paese. I podofobi si sentono disgustati dalla visione dei piedi propri e altrui, dal contatto e addirittura dal vederne le immagini. Al punto che alcuni indossano le calze persino quando si fanno la doccia. Non solo: il disgusto può trasformarsi in ansia se non in vero e proprio panico nei casi più gravi. La podofobia infatti è un disturbo di intensità variabile. Da che cosa dipenda è ancora poco indagato, ma gli specialisti sono concordi nel farne risalire l’origine a qualche trauma infantile connesso con i piedi.
Si può guarire?
Sì, a patto di farsi seguire da uno specialista che procederà con i normali metodi di desensibilizzazione e di psicoterapia: nel frattempo, se abbiamo a che fare con un podofobo, è bene evitare di mostrargli i nostri piedi, guardare i suoi, parlarne.
E ancora di più di tagliarci le unghie.

Chi siamo? Lo raccontano le nostre scarpe

Il modo migliore per capire una persona è osservarne i piedi. In uno studio pubblicato sul Journal of Research in Personality, gli esperti hanno mostrato a un gruppo di volontari foto di alcune calzature e chiesto loro di supporre alcuni tratti della personalità di chi le indossava. «Le persone», hanno detto gli autori, «possono formulare giudizi accurati su età, sesso, reddito, amabilità e ansia da attaccamento solo osservando le sue calzature». Ciò vale in particolare per le donne: «Le ballerine sono scelte da donne legate agli stereotipi femminili, le scarpe con il tacco sono invece preferite dalle seduttrici», dice Marco Pacori. «Inoltre i tacchi alti enfatizzano la lunghezza delle cosce, dettaglio apprezzato dagli uomini». La scarpa però è anche un accessorio da cui dipende la salute: «Quella giusta non deve essere troppo stretta, ma sufficientemente rigida e con un’allacciatura che la tenga ben fissa al piede», aggiunge Malerba. «Le scarpe femminili non devono avere un tacco superiore ai 5 cm».

Feticismo: perché il piede attrae?

Da sempre il piede è oggetto di attrazione, sia nel suo aspetto che nel modo di muoverlo: «II piede femminile», dice Marco Pacori, «piace piccolo perché la sua dimensione ridotta è un effetto degli ormoni sessuali. Sembra inoltre che possano secernere gli stessi feromoni, sostanze prodotte da alcune ghiandole, della regione genitale». Nonostante secondo uno studio pubblicato alcuni anni fa sulla rivista Cortex, i piedi fossero considerati la parte del corpo meno erogena alla vista, diverse ricerche hanno sottolineato la valenza erotica del loro contatto. Ad esempio il neuroscienziato indiano Vilayanur S. Ramachandran, che per primo chiarì questo meccanismo nel suo Phantoms in the Brain (Fantasmi nel cervello, 1999) studiando il fenomeno degli arti fantasma. Questa sensazione anomala di persistenza di un arto dopo la sua amputazione è dovuta al fatto che in alcune persone il cervello lo “ricollegherebbe” ad altri circuiti nervosi. Lo stesso avverrebbe anche in alcuni pazienti non amputati: il loro cervello collega erroneamente i piedi ai circuiti cerebrali del piacere, così che il solo contatto produrrebbe sensazioni analoghe al contatto con i genitali.

Va di moda camminare scalzi

Diffuso da qualche anno, il gimnopodismo (o barefooting, in inglese) sta arrivando anche nel nostro Paese: si tratta della pratica di camminare, in città o in contesti naturali, senza scarpe e calze. È un modo per riscoprire il contatto con l’ambiente liberandosi di ciò che è artificiale. Secondo i sostenitori, farebbe persino bene all’organismo, almeno in chi non soffre di tallonite: «È vero che permettere al piede un contatto con il terreno ne stimola un naturale adattamento, che con le scarpe non può avvenire», spiega Francesco Malerba. ”Ma ciò è vero quando il terreno è accidentato e irregolare. Camminare a piedi scalzi in casa non è dannoso ma neanche
vantaggioso”.