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A tutti sarà capitato sentirci felici per lui o lei quando una persona a noi cara ha ottenuto una promozione o una borsa di studio e anche di provare tristezza vedendo un perfetto sconosciuto piangere accasciato su una panchina o mentre cmmina con la testa china per strada.

Questo fenomeno è conosciuto dalla psicologia come «empatia», cioè come la capacità di «mettersi nei panni degli altri».

Diversi esperimenti hanno dimostrato che l’empatia, soprattutto quando riguarda estranei, è legata all’abilità a decodificare il linguaggio del corpo e in particolare le espressioni del volto. Alla base di questa “destrezza” non c’è però solo una sensibilità non comune, ma anche l’integrità e il buon funzionamento di una regione della corteccia cerebrale.

Delle osservazioni ¹ hanno portato a concludere che individui che hanno subito danni alla parte della corteccia somato-sensoria (quella regione del cervello che elabora le sensazioni fisiche) dell’emisfero destro, hanno grosse difficoltà a dare un senso alle espressioni emozionali del volto.

Lo studioso Ralph Adolphs dell’Università americana dello Iowa partendo da queste considerazioni, ha elaborato un’ipotesi neurologica molto plausibile di come siamo in grado di comprendere quello che prova un’altra persona semplicemente guardandola.

Secondo Adolphs adotteremmo due strategie; la prima sarebbe un ragionamento che porta a collegare due ordini di fatti (ad esempio, un sorriso suggerisce che una persona è felice).
Il secondo processo sarebbe di natura intuitiva e presumibilmente lo impegheremmo quando sul volto dell’altro osserviamo una mescolanza di emozioni che ne rende difficile l’interpretazione.

In questo caso, per capire l’interlocutore o «l’attore» indosseremmo in un certo senso la sua “maschera facciale”, prestando attenzione alle sensazioni e ai sentimenti che l’insieme di contratture e di rilassamenti dei diversi distretti muscolari facciali ci rimanda.
Detto in termini, neurologici, rappresenteremmo nella nostra corteccia somato-sensoria la stessa configurazione del volto osservata ricostruendo nel nostro cervello una simulazione di quello che l’altra persona sta provando ².

Possiamo adottare un procedimento analogo quando vediamo qualcuno assumere una certa postura e sospettiamo che questa abbiamo una funzione emotiva.

In altre parole, possiamo metterci nella sua posizione oppure semplicemente immaginare di trovarci in quella posa.

Quando ci raffiguriamo mentalmente un movimento o una postura è infatti stato dimostrato che nel nostro cervello si attivano le aree corrispondenti alle regioni muscolari coinvolte; detto altrimenti, é come se lo facessimo realmente.
Le sensazioni di movimento, muscolari o di equilibrio che proviamo possono, a loro volta, attivare un certo stato emotivo.

Lo hanno scoperto gli psicologi Suzuki e Haruki dell’Università giapponese di Waseda³; sulla base di una loro sperimentazione, si sono resi conto che determinate pose del corpo possono influenzare il nostro umore e la consapevolezza delle nostre emozioni.

Nel loro studio, veniva suggerito ad un gruppo di partecipanti di mettersi in certi modi, mentre ad altri solo di immaginarlo.
Le posture suggerite includevano: tenere il tronco inclinato o diritto e la testa su, eretta oppure giù; le pose di questi due segmenti del corpo venivano quindi combinate per ottenere un totale di sei posizioni.

In entrambi i gruppi i risultati sono stati analoghi: pressoché per tutti l’assumere determinate pose equivaleva a diventare coscienti di provare delle emozioni e dei cambiamenti dell’umore: in particolare, quando i soggetti stavano con la schiena curva e inclinavano la testa si sentivano più deboli, svuotati e con un umore cupo.

* Gli studi citati sono é:
1) Adolphs R e al.: The right second somatosensory cortex –S-II– is required to recognize emotional facial expression in humans; Soc. Neurosci. Abstr, n° 22, 1996.
2) R Adolphs: Social Cognition and human brain; Trends in Cognitive Sciences, vol. 3, n° 12, dic. 1999).Vichy Zygouris-Coe’ dissertation; University of Florida (352) 392-9191, ext. 282
3) Shinrigaku Kenkyu. 1992 Feb;62(6):378-82., Suzuki M, Haruki Y. Department of Basic Human Sciences, School of Human Sciences, Waseda University, Saitama.

Per approfondire l’argomento:

Marco Pacori:
I Segreti del
Linguaggio del Corpo

ed. Sperling&Kupfer,
ottobre 2010
Marco Pacori:
Il Linguaggio del
Corpo in Amore

ed.Sperling&Kupfer,
ottobre 2011
Marco Pacori:
Il linguaggio segreto
della Menzogna

ed.Sperling&Kupfer,
ottobre 2012

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