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L’incenso placa l’ansia

In tutti i luoghi del globo, i nostri antenati usavano il fumo sprigionato da legno, radici, resina e bacche durante le cerimonie religiose, i rituali di guarigione e lo sviluppo della trance. Per secoli, poi, l’essere umano ha diffuso nelle proprie abitazioni l’odore dell’incenso incenso non solo per il suo aroma piacevole, ma anche perché suscita una sensazione di serenità.

Il fascino universale di questa fragranza è innegabile. In Bahrain, Kuwait, Sudan, Indonesia e legno di sandalo continua ad essere ampiamente usato nonostante gli alberi da cui si ricava stiano gradatamente sparendo a causa dell’eccessivo disboscamento. In Malawi, viene usato il cedro; mentre nella Guiana francese fanno uso della corteccia di Angelica.

In Senegal, bruciano la radice di una pianta chiamata Gowe (Cyperus articulatus); in genere, sono le donne a farne raccolta e a lasciare che i suoi fumi si diffondano in casa perché si ritiene abbiano proprietà afrodisiache. I giapponesi hanno una lunga storia di contemplazione dei legni di incenso, mentre si consumano ardendo; lì questa pratica é considerata una grande arte e ha valore cerimoniale.

Nella cultura cristiana, il profumo dell’incenso viene collegato ai culti, ai sacramenti, ma soprattutto all’ambiente fisico della chiesa: quest’ultimo, di per sé, infonde un senso di pace e di tranquillità grazie alle icone, alla pratica del silenzio, all’architettura spartana e pulita, alla costante penombra e, naturalmente, al fatto di pensarla come “casa di Dio”.

Recenti studi di un equipe di biologi della John Hopkins University hanno rivalutato il ruolo dell’incenso nel creare questa atmosfera: questa essenza odorosa sembra infatti alleviare le pene dell’anima e soprattutto ridurre lo stato d’ansia e la depressione.

L’effetto sarebbe dovuto all’ acetato, una sostanza riscontrata nella Boswelia, la pianta dalla cui resina si ricava questo deodorante naturale.

Per accertarlo Arieh Moussaieff, Neta Rimmerman,Tatiana Bregman e un nutrito gruppo di ricercatori hanno condotto il loro studio, non nell’ambiente mistico di un santuario, ma nello spazio asettico di un laboratorio; inoltre, per eliminare qualsiasi effetto suggestivo, hanno usato come cavie dei topolini.

I roditori “storditi” con l’incenso mostravano una significativa riduzione dei comportamenti ansiosi; più nello spefifico, l’incenso avrebbe questa proprietà sedativa perché stimola numerose regioni del cervello responsabili dell’elaborazione emotiva: il setto laterale (una regione essenziale per trovare i comportamenti per far fronte allo stress), la stria terminale (coinvolta nella reazione agli shock), l’ipotalamo (controlla le risposte nervose autonome e il rilascio di ormoni legati allo stress) e l’amigdala (la struttura portante della risposta emotiva); in queste sedi attiverebbe una proteina, la Trpv3, che sembra svolgere il ruolo di modulatore dell’umore. Nei topi privati di questa proteina, l’incenso, infatti, non procurava quest’effetto.

L’impatto che l’incenso ha sul cervello, secondo Gerald Weissmann, direttore della rivista che ha pubblicato lo studio, il Faseb Journal, spiega perché l’impiego di questa sostanza nelle pratiche cerimoniali sia così diffuso e abbia resistito alle mode e ai tempi.

Il lato più significativo dello studio non é tuttavia la scoperta del motivo profondo per cui l’incenso sia così “popolare”, ma il fatto che apre inedite prospettive nella cura di ansia e depressione: l’aromaterapia, per una volta, l’ha avuta vinta. Non é solo una terapia alternativa, ma un modo estremamente efficace per agire sulle “malattie dello spirito”!

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