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Scrivere é uno sfogo

Uno dei modi più comuni per chi soffre a livello psicologico o fisico è sfogarsi, parlando della propria esperienza ed esternando le proprie sensazioni e preoccupazioni: in base a questo principio molte forme di psicoterapia incoraggiano il paziente a raccontare disavventure, disagi e sentimenti negativi.

Tuttavia, non sempre c’è un interlocutore ad ascoltare: per fortuna c’è un altro modo per ottenere un effetto analogo: scrivere. Ma è altrettanto efficace o comunque aiuta?

Per accertare se “sputare il rospo” con la scrittura ha un effetto paragonabile al farlo a voce sono stati effettuate una serie di ricerche.
In uno dei primi studi al riguardo, condotto dagli psicologi Edward Murray, Alicia Lamnin e Chuck Carver è stato piuttosto scoraggiante: in questa indagine sono state messi a confronto lo sfogo a voce e lo scrivere la propria esperienza. I partecipanti sono stati assegnati a caso a tre condizioni: mettere per iscritto un fatto traumatico; annotare un’ esperienza di vita ordinaria oppure raccontare un episodio penosa ad uno psicoterapeuta.

Ne è emerso che chi trascriveva l’evento traumatico non ne aveva un sollievo; anzi si innervosiva e si avviliva; per contro, la chiacchierata con lo psicologo portava ad un’attenuazione del disagio, ad un aumento dell’autostima e ad un maggiore ottimismo.
Basandosi su questi risultati gli autori della ricerca hanno concluso che quello che in effetti è salutare non è l’espressione dei propri sentimenti, quanto la rielaborazione della propria esperienza.

Una serie di ricerche più lungimiranti ha però ridimensionato però questa prospettiva così pessimistica: se in effetti pare che “imbrattare” un diario con le proprie disavventure provochi nell’immediato un senso di malumore, quando si esamina l’effetto nel lungo termine si osservano dei benefici sia psicologi sia fisici. Ad esempio, in pazienti con malanni fisici cui era stato chiesto di tenere un diario delle proprie giornate è stato notato che si recavano poi più spesso e più volentieri a fare dei controlli dal medico; inoltre, il loro sistema immunitario dopo un mese da quando avevano preso questa abitudine risultava “rinvigorito”; chi soffriva di asma o artrite reumatoide riportava inoltre rispettivamente una diminuzione delle crisi e un’attenuazione del dolore.

Altri fattori giocano un ruolo importante nell’effetto terapeutico della scrittura: ad esempio, Edna Foa, Chris Molnar e Laurie Cashman ha scoperto che le vittime di stupro che
descrivano in ordine cronologico l’evento traumatico hanno riportato meno disturbi o ansie rispetto a chi, pur scrivendo, aveva annotato l’accaduto in modo confuso.

James Pennebaker e Martha Francis hanno poi dimostrato che i soggetti che, nel parlare dei propri disagi o traumi, usavano delle espressioni che implicavano una riflessione (come “mi rendo conto”, “realizzo”, “sono consapevole”, ecc. – in linea con quanto emerso con lo studio di Murray) traeva i maggiori benefici da questo esercizio. Lo stesso effetto si è notato è prodotto dal fatto di cambiare prospettiva a mano a mano che si commenta un evento; in particolare, questo lo si può ricavare notando che lo scrivente usa in momenti successivi pronomi diversi (parte, ad esempio, dicendo “io”; poi usa “noi”, “lei”, ecc.): anche qui l’effetto sembra quindi sia dovuto al moltiplicarsi delle riflessioni che da una percezione di maggior controllo sull’accaduto.
Un uso eccessivo del singolare, per contro, è segno di stagnazione: si è rilevato, ad esempio, che questo modo di esprimersi è tipico di chi è depresso.

Sempre Pennebaker e la Francis assieme a Tracy Mayne hanno analizzato gli sfoghi “letterari” di un nutrito gruppo di soggetti, evidenziando che quanto più venivano usate espressioni positive (come “recuperare”, “ritrovare l’equilibrio”, “andare avanti, ecc.) e quanto meno erano presenti parole legate al passato, lagnanze, rimpianti, ecc. tanto più lo scrivere si rivelava liberatorio.
Un’altra ricerca ha messo in evidenza che uno stile nello scrivere moderatamente organizzato aveva un effetto positivo; non così una tendenza ad un’eccessiva elucubrazione.

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