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Chi é dolce preferisce … i dolci

Un nuovo studio dimostra che la preferenza per il sapore dolce é associata a determinate caratteristiche di personalità, come la tendenza all’altruismo, alla solidarietà e alla compassione.

Il nostro rapporto con il cibo è ben di più del bisogno di riempirci la pancia per sopravvivere o di soddisfare i peccati di gola.

Ben presto, dopo avere emesso il nostro primo vagito, avvertiamo una strana e spiacevole necessità che più tardi conosceremo come fame. Quando veniamo sfamati, torniamo a sentirci bene: è da quel momento che cominciamo ad associare il nutrimento con il benessere e con l’intimità.

Se il primo alimento, il latte, é esattamente quello di cui abbiamo bisogno, più in là, per crescere dobbiamo variare la dieta.

Inevitabilmente, poi, le nostre preferenze alimentari sono influenzate dai gusti degli altri familiari, fratelli compresi. Lo hanno accertato le psicologhe canadesi Patricia Pliner e Marcia Pelchat comparando la dieta di ogni singolo componente di 55 famiglie.

Nel corso degli anni, poi, sono molti i fattori psicologici che condizionano il nostro “palato”. Gli epidemiologi Corinna Noel e Robin Dando, hanno scoperto, ad esempio, che aspetti come la considerazione che uno ha di sé, la qualità delle proprie relazioni o la stabilità emotiva possono orientare le nostre scelte alimentari.

Stato d’animo e appagamento sociale influenzano la scelta dei cibi

La loro indagine ha messo in luce che quanto più alta é la nostra autostima, tanto più troviamo piacevole il sapore dolce (senza per questo avvertire il bisogno di ingolfarci di biscotti e cioccolato); inoltre, dei legami sentimentali appaganti e una vita sociale ricca e soddisfacente sono connessi con un maggiore consumo di frutta e verdura; infine, sentirsi sereni riduce la ricerca di pietanze grasse e succulente.

Per contro, cercare avidamente cibi dolci é legato a malcontento, irrequietezza e frustrazione, oltre al fatto di non piacersi. Lo hanno messo in evidenza i biologi giapponesi Yuriko Kikuchi e Shaw Watanabe, esaminando 470 studenti universitari universitari, invitati a tenere un diario giornaliero delle loro abitudini alimentari registrate per un periodo di 2 anni.

Dall’esame di queste annotazioni, i due studiosi hanno rilevato che la ricerca di zucchero era legata a una scarsa capacità di farsi valere e ad una tendenza a veder nero.

Cercare i dolci avidamente é legato ad ansia e disistima

L’esito della loro ricerca ha trovato conferma in un’indagine condotta dalle ricercatrici svedesi Kristina Elfhag e Charlotte Erlanson-Albertsson. Il loro studio ha coinvolto 60 pazienti clinicamente obesi. I soggetti, sulla base di dei questionari sulle preferenze alimentari sono stati divisi in quattro gruppi: forte preferenza per il sapore dolce; intensa predilezione per i grassi, forte preferenza per dolce e grasso e nessuna preferenza spiccata. La personalità è stata misurata il Swedish universities Scales of Personality .

I risultati hanno indicato che chi che mostrava una gola smodata per le cose dolci avere un carattere ombroso e, soprattutto, mostrava un’incapacità di farsi valere e la convinzione di essere in balia degli eventi.

Chi preferisce il sapore dolce ha una personalità amabile

Una delle ricerche più originali al riguardo é stata condotta dagli psicologi Brian Meier, Sara Moeller, Miles Riemer-Peltz e Michael Robinson. Questi studiosi hanno infatti scoperto che c’è una relazione tra il gusto e la personalità.

La ricerca è stata strutturata in una serie di cinque studi. Nel primo, gli autori hanno invitato i partecipanti a “sgranocchiare” qualcosa: a scelta, potevano optare fra una barretta di cioccolato un ali(una marca specifica di cioccolato), un cracker, oppure potevano decidere di restare “a pancia vuota” erano più propensi a fare volontariato per aiutare un’altra persona bisognosa.

Per approfondire
Il Linguaggio Segreto dei Sintomi</td

Gli autori hanno anche scoperto in un’altra fase dell’esperimento che chi è goloso di dolci, tendenzialmente, è anche amabile e desideroso di rendersi utile.

Maier, al riguardo, ha puntualizzato che l’associazione tra la preferenza per i dolciumi e aspetti come la solidarietà o la compassione non sono dovuti alla sensazione di felicità o appagamento che si può provare po aver mangiato un po’ di “zucchero”.

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