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camminare lento é segno di invecchiamento del cervello

Modo di camminare e invecchiamento cerebrale

Chi va lento, va sano e lontano; così recita il noto moto polare. Niente di più falso: un passo fiacco, svogliato e strascicato in individui di mezz’età può essere segno di una salute cerebrale e fisica più scadente rispetto a chi va spedito. Lo hanno provato gli psicologi Line Rasmussen, Avshalom Caspi, Anthony Ambler e altri ricercatori.

Da tempo si sapeva che chi passeggia pigramente e ha un’età tra i settanta e gli ottanta tende a tirare le cuoia prima dei coetanei più scattanti, ma nessuno avrebbe detto che lo stesso principio vale anche per chi é più “arzillo”.

Mentre i tuoi muscoli controllano il modo in cui cammini, il tuo cervello è ciò che sta lavorando dietro le quinte“, commenta in un’intervista il neurologo Glen Finney, direttore di Behavioral Neurology presso Geisinger. “Il tuo cervello è responsabile sia dei tuoi movimenti che del tuo equilibrio. Di conseguenza, le malattie che colpiscono il cervello (come le malattie vascolari, l’idrocefalo a pressione normale, la sclerosi multipla e il morbo di Parkinson) possono rendere difficile la deambulazione “.

Le malattie vascolari nel cervello possono indurre le persone a camminare lentamente e con cautela“, prosegue Finney, “specie se siamo impegnati in attività che richiedano l’escuzione di più compiti contemporaneamente” (come, ad esempio, passeggiare parlando al telefono in un viale facendo attenzione agli altri pedoni e ad eventuali ostacoli”.

Partendo da constatazioni di questo tipo, il nuovo studio ha preso in esame circa 1.000 persone nate nello stesso anno (correva il 1972) a Dunedin, Nuova Zelanda. I 904 partecipanti stati controllati, sottoposti ad esami medici e test psicologici a più riprese da quando erano bambini all’età di 45 anni.

I ricercatori hanno supposto che la velocità di deambulazione dei 45enni, possa essere un valido indicatore della progressione della senescenza del cervello e dell’organismo.

I risultati hanno, in effetti, dato conferma alla loro supposizione: chi “arrancava” mostrava un “invecchiamento accelerato” rispetto a chi era più lesto in base a diversi parametri: condizione dei denti, efficienza del sistema immunitario, funzionalità dei polmoni, presenza di rughe sul volto e capacità cognitive.

Inoltre, gli esiti della fMRI (risonanza magnetica funzionale)!hanno messo in luce che i primi i tendevano ad avere un volume cerebrale totale più ridotto; uno spessore corticale medio inferiore; una minore superficie del cervello e una maggiore presenza di “iperintensità” della sostanza bianca (indice di lesioni vascolari tipiche in chi è attempato).

In definitiva, il loro cervello appariva “rattrappito”. “L’aspetto più sorprendente di questa indagine”, sottolinea Rasmussen, “è che questa stima è stata eseguita in soggetti relativamente giovani e non anziani, come hanno fatto altri studi”.

Un altro elemento che ha fatto scalpore è stato scoprire che i test sulle funzioni cognitive a 3 anni degli stessi soggetti evidenziavano dei deficit nella comprensione del linguaggio, nel QI, nella coordinazione motoria e nella capacità di controllare lo stress: in sostanza, queste rilevazioni erano coerenti e predittive del deterioramento riscontrato a 45 anni!

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