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Psicologia del capro espiatorio

Se abbiamo la “luna storta” tendiamo a “trasferire” il malcontento su partner e familiari, vivendoli come avversari o rivali. Un nuovo studio svela perché.

Può capitare, anche nelle relazioni più armoniose (sia sentimentali, sia d’amicizia), che uno screzio o una divergenza ci porti a provare risentimento e a chiuderci. E fin qui non c’è niente di strano.

Ma che dire di quando queste emozioni sono innescate da eventi che non hanno nulla a che fare con amici o partner (che pure diventano il caprio espiatorio dei nostri “bollori”): come quando un imprevisto ha rovinato i nostri progetti per la giornata o, per imprudenza, abbiamo preso una multa salata? È stato dimostrato che “spostare il tiro” del malumore è un’abitudine ben più frequente di quanto immaginiamo.

A darne una prova sperimentale ci ha pensato un’equipe di ricercatori americani, capitanata dallo psicologo Jan Engelmann. Questo studioso e i suoi colleghi hanno elaborato un progetto volto a suscitare ansia e hanno, poi, verificato se questo stato d’animo potesse minare minare la fiducia nel prossimo nel corso di un successivo scambio.

Per provocare stress e stizza nei partecipanti, gli studiosi li hanno “snervati” dando loro delle piccole scosse elettriche senza alcun motivo, criterio o prevedibilità. Dopo essere stati “punzecchiati” gli stessi volontari sono stati invitati a partecipare ad un gioco, ideato per valutare il grado di cooperazione e di fiducia nel compagno.

L’esito ha dato prova che se i volontari continuavano ad aspettarsi lo shock elettrico erano molto più diffidenti verso l’altro giocatore. Il team ha anche registrato le risposte del cervello dei soggetti con la risonanza magnetica funzionale (MRI) mentre i volontari decidevano se fidarsi o meno. Proprio così hanno scoperto la ragione della diffidenza (e dell’incapacità di giudicare obiettivamente l’altro).

Questa rilevazione ha messo, infatti, in luce che esiste una regione fortemente implicata nell’attribuzione della fiducia, la giunzione temporoparietale (TPJ). Si è osservato che questa struttura restava quasi inattiva quando i partecipanti dovevano stabilire se credere al compagno, mentre si sentivano inquieti; non così quando ritenevano che il “supplizio” fosse finito (che, nell’esperienza reale corrisponde al momento in cui la smettiamo di roderci il fegato): in pratica, lo “spegnimento” di quest’area cerebrale ci induce a vivere il “familiare” come un estraneo e, per di più, ostile!

Sempre grazie alla fMRI è emerso che anche la connessione tra la TPJ e l’amigdala (la regione emotiva del cervello) veniva soppressa dall’ansia; così, come lo scambio tra TPJ e le aree coinvolte nella valutazione sociale, come il solco temporale posteriore superiore (una delle cui funzioni più importanti é darci modo di percepire e comprendere le emozioni di chi abbia di fronte), la corteccia prefrontale dorsomediale (cruciale per intuire il contenuto dei pensieri altrui).

Per approfondire

In conclusione, se il coniuge, convivente o famliare ci maltratta perché ha le scatole girate non é colpa sua … povero Cristo!? Beh, povero Cristo un cavolo! Se é un fatto episodico passi, ma se questa é una sua abitudine meglio suggeririgli che se ne esca a fare un giro e torni quando gli/le si sono calmati i bollori.

  Categoria: Articoli sul linguaggio del corpo

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