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Il gelo raffredda le buone intenzioni

C’è a chi piace la stagione invernale perché pratica gli sport tipici di questo periodo dell’anno, come lo sci o lo snowboard, oppure trova affascinante i paesaggi innevati.

Nessuno però ama il freddo che accompagna questo momento. Per contrastare questa sensazione indossiamo abiti più pesanti, si esce di meno, al bar si prediligono le bevande calde e a casa si accende il riscaldamento.

Quando però siamo all’esterno avvertiamo l’effetto della temperatura sul corpo: possiamo provare legnosità nei movimenti, lentezza nei riflessi; avvertire una sensazione gelida e pungente sulle parti esposte (volto, mani, orecchie in particolare) e, a volte, brividi e tremori.

Anche le funzioni cognitive risentono però del congelamento: lo proviamo sulla nostra pelle, ma ne ha dato dimostraziona anche la scienza: ad esempio, uno studio dei ricercatori Matthew Muller e John Gunstad, assieme ad altri colleghi ha messo in luce che dei soggetti esposti a temperature ambientali basse (10 gradi) di cui veniva poi misurata l’efficenza mentale dopo un’ora (quando i parametri fisiologici erano tornati ai valori normali) apparivano “più ottusi”.

Le loro capacità di memoria, di discernimento o di pianificazione, infatti, erano sensibilmente compromesse anche dopo essersi “riscaldati”.

Altri studi hanno messo in luce che anche la proprietà di linguaggio viene influenzata dal freddo: questa condizione può infatti impoverire il vocabolario (verosimilmente, per difficoltà di memoria) limitare la fluidità del discorso e ridurre la lunghezza delle frasi.

Tyler Swartz nella tesi di dottorato presso l’Università della North Florida ha riportato gli esiti di uno studio sull’effetto della temperature sulla socialità.

Con questa indagine ha appurato come si tenda ad essere più disponibili a fare conoscenza e a scambiare quattro chiacchiere, ma poco personali quando fa caldo e, per contro, a preferire cerchie più ristrette con cui avere conversazioni più intime se la temperatura é bassa.

Se il freddo porta a cambiamenti della fisiologia, delle capacità mentali e dell’attitudine a socializzare, vien da sé che possa anche condizionare atteggiamenti più complessi come valutazioni e giudizi.

Per altro, nel linguaggio comune, riferendoci a quando qualcuno non mostra alcuna emozione lo definiamo “freddo o di ghiaccio” o diciamo che ha un “cuore di pietra (cioè non prova calore umano)” o che il suo sguardo é “glaciale”.

Molte di metafore come queste riflettono una percezione reale: nel senso che certe impressioni danno davvero i “brividi”.

Questo accade perché, come scoperto una nuova disciplina nota come intelligenza corporea, molti concetti mentali (e le espressioni che usiamo per descriverli) nascono da delle concrete percezioni fisiche.

Così, se reputiamo un discorso é scorrevole é perché nel sentirlo ci da la sensazione dello scorrere di un fluido; quando definiamo una mansione pesante sentiamo realmente un senso di affaticamento a svolgerla; oppure, se diciamo di avere chiaro un concetto nella nostra rappresentazione mentale appare come più luminoso.

Basandosi su questi presupposti gli psicologi giapponesi e altri colleghi hanno voluto accertarsi se il freddo ambientale potesse rendere le persone più fredde e insensibili.

Per vericarlo, i ricercatori hanno elaborato due diverse situazioni sperimentali.

Nella prima hanno coinvolto 47 partecipanti, che sono stati fatti accomodare in una stanza dalla temperatura confortevole.

Qui é stato chiesto loro di indicare quale sarebbe stata la sua condotta in una serie di scenari che implicavano un dilemma morale: dovevano cioè dire se nelle circostanze descritte si sarebbero comportati in modo altruista o egoista?

Prima di affrontare il test, i partecipanti venivano coinvolti in una specie di “indagine di mercato” su un sedicente prodotto per salute costituito da una sciarpa con delle sacche.

Alcune di queste contenevano acqua gelida; altre acqua tiepida. Questo stratagemma serviva a indurre il senso del freddo.

Dopo aver espresso le loro valutazioni sul supposto prodotto indossando i “collari”, i volontari sono stati invitati a dedicarsi al questionario sulle questioni etiche.

Il risultato ha dato prova che chi era stato “suggestionato” con il freddo, immaginandosi nelle situazioni illustrate, si mostrava più portato a farsi i “fatti propri” e più preoccupato di non farsi coinvolgere e meno incline alla compassione rispetto a chi aveva al collo le sciarpe a temperatura ambiente.

La seconda fase dell’esperimento aveva l’obiettivo di verificare se il freddo inducesse a provare meno empatia per le vittime di soprusi o ingiustizie e se questo fosse mediato da un presunto distacco emotivo.

Il disegno sperimentale ricalcava in buona parte quello della prima trance, con l’utilizzo dell’espediente della sciarpa gelida o tiepida con lo stesso scopo apparente del primo studio.

Successivamente alla finta indagine, i partecipanti hanno letto delle vicende in cui era stata perpretata un’evidente vessazione, inequità o prevaricazione; di seguito, hanno compilato dei test per stabilire se il “congelamento” avesse raffreddato il loro sentimenti e li avesse indotti ad avvertire un senso di distacco verso gli oppressi.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Contrariamente alle previsioni, i soggetti dello studio non avevano provato indifferenza; tuttavia (semnpre in modo ipotetico), a paragone di chi non era stato “raffreddato”, si erano mostrati poco disposti a prenderne le difese o ad andare in loro soccorso.

In conclusione, gli autori, hanno dedotto che l’empatia non si riduce
perché il freddo porta ad essere imperturbabili, ma come sotto il profilo
del dinamismo porta ad indulgere all’inattività, su un un piano morale
scoraggia e inibisce le buone azioni.

  Tag: linguagggio del corpo

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