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La disidratazione rallenta il cervello

Gli esperti consigliano di bere almeno due litri di acqua al giorno: in questo modo, lubrifichiamo tutti i processi del nostro organismo; dalla digestione, alla “distribuzione” delle sostanze nutritive e allo “smaltimento” delle scorie.

Anche il cervello, però, ha bisogno di essere imbevuto; anzi, la necessità d’acqua é indispensabile per il suo buon funzionamento e per mantenere integri gli spessori di alcune sue strutture.
Ne hanno dato prova lo psichiatra Matthew Wittbtodt, assieme ai ricercatori Chrris Mirelle, Lewis Wheaton e Mindy Millan-Stafford.

Per verificarlo hanno coinvolto nove partecipanti, (5 donne e 4 uomini) cui é stato chiesto di svolgere un semplice compito cognitivo in tre condizioni diverse: la prima comportava un camminata di due ore e mezza (anche se intervallate da delle pause), con esposizione ad una temperatura di 45 gradi con un 15% di umidità; la seconda era analoga, ma i volontari potevano bere dell’acqua per reidratarsi; l’ultima, di controllo, non prevedeva ne movimento, né “calura”.

Una volta completata la prima fase. i soggetti erano invitati a svolgere un banale test che misurava il grado di attenzione. In pratica, il compito consisteva nel premere un pulsante ogni volta che una figura geometrica compariva su uno schermo; di per sé quindi, era monotono e ripetitivo (in modo da ridurre l’elaborazione cognitiva all’essenziale – cosa che da modo di esaminarla meglio); questa fase aveva termine dopo 20.

Mentre svolgevano la mansione, il loro cervello era monitorato con la fMRI, risonanza magnetica funzionale.

L’esito ha dimostrato che la sudorazione la mancata reidratazione portavano facilmente i soggetti a sbagliare; molto di più di quanto non facessero calore e fatica (come ha provato la condizione in cui i volontari potevano bere).

Oltre a compromettere le prestazioni cognitive, la disidratazione alterava la morfologia cerebrale: in chi aveva fatto esercizio fisico, al caldo e aveva sudato, ma aveva potuto dissetarsi, gli spazi cavi noti come ventricoli (una specie di “pompe idrauliche” del cervello) si contraevano; ma con lo sforzo più la disidratazione, queste “cisterne” si dilavavano.

Questo fenomeno é stato osservato in casi di deterioramento lieve di perdita della lucidità e della memoria e come primi segni nello sviluppo di Alzheimer; il che fa capire che c’è una relazione tra volume dei ventricoli e facoltà cognitive.

In un’indagine analoga i neurologi tedeschi Daniel-Paolo Streitburger, Harald Moller, Marc Tittgemeyer, assieme ad altri colleghi hanno reclutato sei giovani adulti in salute per verificare le eventuali variazioni della materia grigia (lo strato più esterno del cervello) e di quella bianca (che caratterizza i tessuti più profondi) a diversi gradi di idratazione.

Per valutare lo spessore di questi due livelli gli autori hanno usato la MRI (risonanza magnetica) accoppiata ad una tecnica statistica, chiamata morfometria basata sui voxel.

I soggetti sottoposti a questo esame, a seconda della fase sperimentale, hanno bevuto come “cammelli” oppure sono rimasti a “secco”: queste due condizioni sono state confrontate con il loro “normale” stato di idratazione.

Dopo ogni “sessione” il loro cervello veniva sondato per verificare se ci fossero variazioni rispetto alla situazione di normalità. Questa analisi ha messo in evidenza che sia la materia grigia che quella bianca subivano una riduzione dei volumi associati alla disidratazione.

Particolarmente intaccate erano le aree parietali (il cui lato sinistro svolge un ruolo cruciale nell’elaborazione del linguaggio è quello destro nell’organizzazione spaziale); temporali e sub-girali (il lato sinistro ricopre una funzione cruciale nella produzione e nella comprensione linguistica e quello destro nella gestione del linguaggio del corpo);orbito-frontale (coinvolta nei processi decisionali). Anche qui, per altro, é stata riscontrata una dilatazione dei ventricoli cerebrali.

Per approfondire
Il Linguaggio Segreto dei Sintomi

In conclusione, se teniamo il cervello “a secco” le nostre abilità cognitive ne saranno compromesse. In compenso, i ricercatri Caroline Edmonds, Laura Crosbie, Fareeha Fatima e altri studiosi, hanno dimostrato che bere prima di una verifica, un test o un esame migliora l’attenzione visiva e la memoria a breve-termine (quella che usiamo quando dobbiamo tenere a mente qualcosa per poco tempo).

  Tag: neuroscienze

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