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La psicologia aiuta la cosmetica

La psicologia aiuta la cosmetica

Quando guardiamo la foto del profilo di facebook o di un altro social network o quando semplicemente vediamo qualcuno affacciarsi da una porta e tutto ciò che scorgiamo é la sua faccia, tendiamo farci un’impressione immediata di quella persona: ad esempio, siamo in grado di giudicare (spesso in modo accurato) se questa è cordiale, affidabile o competente (ad esempio, nel caso di un potenziale candidato per un lavoro o di un aspirante affiliato alla nostra associazione).

Prima ancora, stabiliamo in un lampo, la sua età e il genere sessuale di appartenenza, cioé possiamo cogliere se abbiamo a che fare con un uomo o con una donna. Certe facce però possono risultare indecifrabili e suscitare confusione o indurci a distogliere l’attenzione.

Per i maschietti che appaiono poco “machi” e vogliono attrarre maggiormente gli sguardi dell’altro sesso c’é poco da fare; per contro, le donne possiedono tutto un arsenale di accorgimenti e trucchi per sembrare più femminili: ad esempio, cambiando l’acconciatura, nascondendo o minimizzando i difetti, allungando le ciglia con il mascara, ecc.

La psicologia ha trovato ora un nuovo “make-up”, ma non agisce su chi viene osservato, ma su chi osserva: una banale pallina di gommapiuma!

La scoperta, che può sembrare un “fake” a giudicarla in modo affrettato, trova le proprie basi in un nuovo filone noto come “intelligenza corporea“.

A partire dalle intuizioni di George Lakoff, docente di linguistica all’Università californiana di Berkeley, é stato possibile dimostrare sperimentalmente che le sensazioni del nostro corpo contribuiscono attivamente a formare i pensieri; che le metafore (del tipo di “mettersi una mano sul cuore”) hanno una rappresentazione sensoriale o motoria nel cervello e che manipolando le sensazioni corporee é possibile modificare un giudizio e una riflessione, senza che il messaggio passi per la coscienza!

Partendo da questi presupposti, gli studiosi Michael Slepian, Max Weisbuch, assieme ad altri colleghi, hanno voluto verificare se stimolando il senso del tatto fosse possibile modificare la percezione del genere sessuale di un volto.

Nello specifico, é stata presa in considerazione la dimensione della “compatezza”: un attributo che appartiene agli stereotipi maschili e femminili: le donne, infatti, sono descritte tipicamente come morbide (probabilmente, in relazione alla maggior quantità di tessuto adiposo legato agli ormoni); gli uomini, al contrario, sono definiti “scolpiti”, “spigolosi” e “duri” (un’attribuzione derivata dall’idea di “sodo” dei fasci muscolari).

Per verificare la loro tesi, i ricercatori, per prima cosa, hanno creato 8 volti realistici con un software chiamato FaceGen Modeler.
Le facce erano costituite da un viso maschile e da uno femminile; altre 5 possedevano caratteristiche intermedie e uno era del tutto androgino.

Le immagini sono state quindi mostrate ad un gruppo di 71 partecipanti. Ogni volontario aveva ricevuto una pallina solida di gomma oppure una palla morbida con l’istruzione di spremerla mentre visualizzava la carrellata di ritratti; ogni volto doveva essere giudicato come appartenente ad un maschio o ad una femmina.

Alla resa dei conti, gli studiosi hanno scoperto che i volti venivano stati classificati più facilmente come virili se il soggetto comprimeva una pallina dura; per contro, chi stringeva una pallina morbita tendeva a percepire le facce come femminili: in sostanza, la “morbidezza” o la “durezza” erano state trasferite dal senso del tatto a quello della vista.

In un secondo esperimento, ad altri 48 studenti sono stati forniti due fogli di carta bianca spillati insieme con un foglio di carta carbone in mezzo. Poi, ai partecipanti sono state fatte vedere le stesse 8 facce, chiedendo loro di indicarne il sesso sui fogli di cui erano stati dotati. In questa sessione, ai volontari era stato raccomandato di scrivere premendo con forza la penna o di farlo delicatamente (con la scusa che la carta copiativa sarebbe stata riutilizzata).

In linea con il primo studio, chi aveva calcato la penna, trovava i volti più “machi”; mentre chi aveva scritto con un tratto leggero, aveva l’impressione che le facce fossero più femminee.

Morbidezza o durezza ,comunque, non sono solo attributi associati al genere sessuale; infatti, in questo modo possiamo definire anche una condotta o un’orientamento. Proprio con queste premesse lo stesso Slepian, assieme a Nicholas Rule e Nalini Ambady hanno pensato di replicare l’esperimento, usando invece di volti ambigui delle foto di persone vestite da cattedratici o da politici.

Compito dei volontari, questa volta, era di stabilire il ruolo sociale dei volti ritratti scegliendo fra due alternative; come nell’altro studio, anche qui i partecipanti dovevano schiacchiare una pallina (dura o morbida) mentre vedevano le foto.

Con questa suggestione, i soggetti tendevano classificare una persona di orientamento democratico (cioé un politico che apparteneva ad una corrente di pensiero di più aperta e flessibile) mentre comprimevano la palla di gommapiuma; oppure conservatore (di vedute più rigide e rigorose), se schiacciavano la palla solida.

Per approfondire
I Segreti dell'intelligenza corporea

Coerentemente, in un’altro studio trovavano che i volti apparteressero ad uno storico (cultore di una disciplina più facile e discorsiva) rispetto ad un fisico (che si occupa di una materia vista spesso come un “mattone”) se manipolavano rispettivamente la palla tenera piuttosto che quella dura.

In definitiva, questi studi sono un’ulteriore prova di come le sensazioni del corpo possano condizionare giudizi e valutazioni a nostra insaputa. Insomma, l’essere umano é tutt’altro che “cerebrale”; il suo pensiero é ancora profondamente radicato nei suoi sensi…e meno male: almeno così, restiamo quell’unità mente-corpo da sempre coltivata dalla saggezza orientale 🙂

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